giovedì, febbraio 28, 2008

_ministero della difesa e HQ dell'Jna

lasciamo perdere per un po' i commenti politici e torniamo all'argomento principale del blog.
prima di partire, mi piacerebbe infatti riuscire a postare un po' di immagini e informazioni relative ad alcuni dei luoghi che vorrei visitare e che proverò ad analizzare. uno di questi posti è certamente kneiza milosa a belgrado, un'importante arteria - sempre trafficatissima - che attraversa il centro della città e su cui si affacciano ambasciate, importanti edifici governativi, banche, ecc.
Su questa strada, all'incrocio con la via nemanijna, a poche centinaia di metri dall'incrocio con terazije, uno dei viali più belli del centro della città, si affacciavano anche gli edifici che ospitavano il ministero della difesa e il quartier generale dell'esercito federale, e che furono bombardati dalle incursioni della Nato del 1999 e le cui rovine, a quasi dieci anni di distanza, fanno ancora bella mostra di sé.
La coppia di edifici fu progettata da Nikola Dobrovic, un architetto che ebbe un importante ruolo nella scena architettonica serba degli anni '60, anche se questo fu praticamente l'unico suo progetto che venne effettivamente realizzato a belgrado. questa foto (purtroppo a bassissima definizione) mostra com'erano prima dei danneggiamenti:

Come si intuisce dalla foto, una particolarità degna di nota del progetto di Dobrovic risiede certamente nella sua capacità di immaginare un edificio in grado di esercitare una forte funzione "configurante" su tutto lo spazio urbano circostante.
Questa coppia di edifici, infatti, attraverso un contrasto tra movimenti di masse orizzontali e verticali, riusciva a circoscrivere un grande spazio aperto vicino all'incrocio, svolgendo quasi la funzione di un gigantesco portale che si apriva su una delle vie più importanti di belgrado.
queste altre foto mostrano la zona così come si presentava nei giorni appena successivi alle incursioni; la seconda è stata scattata da me nel 2005 (mi scuso per la pessima inquadratura, ma è vietato fotografare i danni provocati dai bombardamenti, ho dovuto scattarla senza dare troppo nell'occhio), mentre l'ultima, sempre recente, dà un'idea più precisa dello stato attuale dell'edificio.

sabato, febbraio 23, 2008

_appunti di un viaggio che devo rinviare

in tutto ciò, i miei programmi di viaggio necessitano di qualche ripensamento. pensavo di partire il 10 per belgrado, ma ho deciso di aspettare e vedere come evolverà la situazione. intanto comincio a pensare che farei meglio a partire prima per la bosnia e la croazia e rinviare belgrado ad aprile.
solo un rammarico: mi piacerebbe tanto visitare e conoscere e studiare i processi urbani di kosovska mitrovica, che molti stanno già ribattezzando la nuova berlino, per le divisioni e i confini interni che la caratterizzano. sarebbe un caso di studio interessantissimo per la mia tesi, un po' fuori tema perché non si tratta precisamente di ricostruzione post-bellica, quanto di riconfigurazione dei flussi urbani a seguito di una divisione politica, etnica, culturale.
i confini sono forse i luoghi più affascinanti, perché definiscono dei luoghi semanticamente ambigui e per questo particolarmente complessi. un confine non chiude mai ermeticamente, stabilisce nuovi e diversi flussi di comunicazione. parlando della grande muraglia, paolo fabbri racconta che una volta, visitandola nel corso di un viaggio con eco e le goff, si rese conto di due cose non banali: come prima cosa, la muraglia non è un muro: è una strada, è percorribile; poi, ci sono alcune cose che si fermano, altre che passano: i barbari si fermano (spesso), gli uccelli passano, le malattie pure.
cosa trattiene, cosa fa passare un confine? e come trasforma, come traduce ciò che passa?
la porosità del confine è la qualità che fa di esso un oggetto interessante dal punto di vista semiotico.

_perché sono contrario all'indipendenza del kosovo

molti mi chiedono perché sono così contrario all'indipendenza del kosovo, in fondo è una regione abitata al 90% da albanesi e l'indipendenza sarebbe un risarcimento al genocidio degli anni '90.
allora: non voglio toccare la spinosa questione del genocidio, perché di genocidi (ammesso che sia la parola giusta), negli anni '90 e prima, sono stati vittime tutti i popoli jugoslavi (anche i serbi, ma di questo quasi mai si parla). non voglio neanche entrare nel merito della legittimità giuridica dello stato kosovaro, la cui proclamazione unilaterale viola patentemente le norme del diritto internazionale, che sanciscono la legittimità di una secessione solo quando concordata tra le due parti o comunque riconosciuta da una risoluzione delle Nazioni Unite (ricordo che nessuna delle due condizioni sono state soddisfatte).
io sono contrario perché non penso che la soluzione ai problemi dei balcani sia quella della costruzione di nuove frontiere. le nuove frontiere politiche favoriranno inevitabilmente nuove frontiere culturali e credo fortemente che, nei balcani, la convivenza pacifica sia possibile, se sostenuta in modo adeguato dalla comunità internazionale.
"perché devo essere minoranza nel tuo stato se posso essere maggioranza nel mio?": questa è stata la linea strategica adottata da tutte le minoranze dei balcani, colpevolmente appoggiata da america e europa. ma a cosa porterà questa linea strategica? quanti altri "ultimi atti del processo di balcanizzazione" dovremo attenderci nei prossimi anni (ricordo alcuni candidati: Kraijna in Croazia, republika Srspka in Bosnia, Kosovo serbo sopra l'Ibar). a quante "città-stato", a quali altre "contorsioni" di forme costituzionali (unione di repubbliche, federazioni diregioni autonome, ecc) porterà questa infinita balcanizzazione? e soprattutto, siamo sicuri che perché ci sia la pace si debba dividere?
sono convinto che l'unica soluzione al problema balcanico - e so di semplificare come tutti gli occidentali, ma ci spero davvero - sia la convivenza pacifica e se la storia recentissima mi smentisce, la storia un po' meno recente ci mostra invece che non si tratta di un'ipotesi irrealizzabile. e le recenti normalizzazioni delle relazioni tra slovenia, croazia, serbia, bosnia sembravano segnali positivi, in questo senso.
per questi motivi, no, non riesco proprio a festeggiare la costruzione di un nuovo steccato.

_i fantasmi di belgrado

le notizie e le immagini che arrivano in questi giorni da belgrado sono tutt'altro che rassicuranti. la rabbia del popolo serbo è comprensibile e condivisibile, ma le devastazioni e le scene di guerriglia urbana di questi giorni non possono non riportarci indietro nel tempo.
meno condivisibili paiono però le reazioni scomposte e le azioni irresponsabili degli attuali leader serbi: il premier kostunica che incita le folle e agita spettri del passato, il presidente tadic che, nel giorno cruciale della manifestazione, vola in romania e lascia il campo libero al radicale nikolic, il quale non manca di approfittarne e sale sul palco per lanciare le sue promesse di riconquista, infiammando animi già fin troppo caldi.
è vero, le devastazioni sono opere di teppisti, ma condivise - anche nella forma violenta che hanno acquistato ieri - da molti; tra i molti c'è anche il premier kostunica? tanti hanno accusato la polizia di aver largamente lasciato fare prima di intervenire, né ci si poteva aspettare che le dichiariazioni d'odio di kostunica cadessero nel vuoto.
qual è la strategia di kostunica, che ha più volte dimostrato di non gradire tadic? fomentare gli scontri e la rabbia fino a quando non ci scapperà l'incidente grosso (non dico il morto, perché c'è stato, e non ha impressionato quasi nessuno)? fino a quando la situazione sarà talmente calda che lo stato d'emergenza sarà inevitabile?
ecco, questo temo, che molti attendano la proclamazione dello stato d'emergenza, che potrebbe finalmente esautorare tadic e - raccogliendo i consensi di quella larghissima fetta di sostenitori di nikolic - determinare una svolta ultra-nazionalista nel governo della serbia.
intanto, i russi agitano i pugni, gli europei fanno gli offesi, gli americani si appellano al loro senso di giustizia (poco importa se quel che è giusto per loro non è giusto per altri), gli italiani si accorgono in ritardo di esser stati fin troppo precipitosi...

giovedì, febbraio 21, 2008

_le forme della distruzione

trovo, negli appunti di viaggio di Peter Handke - lo scrittore tedesco che nel 1995 e nel '96 si recò in slovenia, serbia e poi bosnia per una viaggio da cui trasse due libri che fecero molto scalpore perché considerati troppo "filo-serbi" in un momento in cui l'opinione pubblica mondiale sembrava aver deciso una volta per tutte chi fossero i buoni e chi i cattivi - trovo, dicevo, tra le parole di handke, un passaggio che mi fa molto riflettere:

"...più tardi il primo segnale di località dopo il confine: Dobrun. Ma del villaggio, oltre al nome, esistevano ancora quasi solo muri di case privi di tetti, porte e davanzali. Case saccheggiate? Le case in quanto case, le case come tali davano l'impressione del saccheggio, e questo sembrava qualcosa di ancor peggio di una distruzione pur così totale; come se tramite un simile metodo di saccheggio non fosse stata annientata di volta in volta semplicemente una singola casa, quella determinata casa, ma per così dire la casa in sè, la casa "casa", l'essenza della casa (essenza che diventava tangibile proprio in quella specifica forma di distruzione)."

lunedì, febbraio 18, 2008

_link

come potete vedere, ho inserito una prima lista di link utili; mi impegno sin d'ora ad integrarla in futuro e ad aggiornarla. solo un paio di avvertenze: la lista potrebbe sembrare un po' troppo sbilanciata sul versante serbo: l'unico ragione di ciò è che ho vissuto a belgrado per quasi quattro mesi e conosco meglio quella realtà; spero, proseguendo nelle mie indagini, di trovare altre risorse che non mancherò di segnalarvi.
poi, i link che ho messo ora sono più che altro link a siti di notizie (tenete d'occhio quello dell'ambasciata - di cui tra l'altro curavo l'aggiornamento nel 2005 - nella sezione news c'è un'ottima rassegna stampa giornaliera), ma non solo. i più utili sono quello al famoso osservatorio balcani e i link agli human rights centre che mi ospiteranno.
per finire, sotto i link trovate un piccolo sondaggio che vi propongo. vi invito a rispondere, mi interessa sapere cosa pensano i miei lettori sull'argomento kosovo.

_ancora OT. per approfondire

la questione del kosovo è molto complessa e il mio post precedente non voleva certo dire l'ultima parola, non sono un esperto di affari balcanici. per chi volesse approfondire le vicende di questi giorni, segnalo l'ottimo articolo di Lucio Caracciolo, direttore della rivista italiana di geopolitica Limes, lo speciale Kosovo di Osservatorio sui Balcani e una mappa interattiva (quando si tratta di balcani sempre meglio riflettere cartine alla mano) tratta sempre da Limes on line

_OT l'indipendenza del kosovo

torno a scrivere dopo qualche giorno di assenza, e lo faccio affrontando un argomento che mi ero ripromesso di non trattare su questo blog ma che è stato, inevitabilmente, l'unico mio motivo di riflessione di questi giorni: la questione kosovara. lo dico subito, ben consapevole dell'impopolarità della mia opinione (almeno in italia) e anche a costo di essere frainteso: non vedo di buon occhio l'indipendenza unilaterale dichiarata dagli albanesi di pristina. non voglio entrare nello specifico delle ragioni che mi inducono a pensarla così, i motivi sono tanti e spaziano tra considerazioni giuridiche (soprattutto di diritto internazionale), politiche e anche etiche. 
vorrei solo soffermarmi su due implicazioni politiche derivanti da questo evento, una che riguarda più la situazione interna in serbia, l'altra la comunità internazionale. 
per quanto riguarda la serbia, ritengo che un riconoscimento affrettato del governo di pristina da parte dei paesi occidentali sortirebbe l'unico effetto di soffiare sul fuoco (mai sopito, ricordiamoci che il candidato nazionalista nikolic ha preso più del 47% dei voti) del nazionalismo, e non solo di belgrado ma anche degli abitanti della repubblica srpska che a questo punto potrebbero sentirsi legittimati a chiedere l'indipendenza dalla bosnia-herzegovina. tralasciando per ora i serbo-bosniaci, vediamo cosa sta succedendo a belgrado in questi giorni. com'è noto, la serbia è impegnata, negli ultimi anni, in un processo di graduale, forse lento ma comunque significativo, processo di cambiamento - istituzionale, economico, culturale - e di "europeizzazione". la continuità di questo processo è testimoniata dalla recente vittoria di tadic alle elezioni di qualche giorno fa, che hanno invece segnato la sconfitta dell'ultra-nazionalista nikolic. la vittoria di tadic - fautore di una politica filoeuropea e pro economia di mercato contro la politica filo-russa, nazionalista e anti-europeista di nikolic - è stata in realtà una vittoria di misura, con circa il 53 % dei voti. ciò vuol dire non solo che più o meno un serbo su due appoggerebbe la politica di nikolic, ma anche che se escludiamo belgrado, capitale già europea nella sua fisionomia e quindi enclave di tadic, il resto della serbia è più o meno nettamente controllato dal SRS (il partito di nikolic).
il compito di tadic è quindi gravoso e i compromessi con l'attuale premier kostunica (che non è esattamente sulla stessa lunghezza d'onda di tadic) e con i sentimenti nazionalisti di una parte enorme dell'elettorato sono inevitabili.
in tale quadro di politica interna, la secessione di pristina sembra giungere nel momento più delicato e meno opportuno e rischia di agitare i peggiori fantasmi revanchisti dei serbi. non solo: le modalità dell'autoproclamazione del governo albanese suonano come una sfida alla serbia, che non solo vede nel kosovo la terra dove affondano le radici della nazione ma anche il luogo dove attualmente risiedono centinaia di migliaia di serbi che non vogliono un governo albanese e che ora temono per la propria incolumità. e intanto assistiamo a scene di rivolta a belgrado e alla chiamata alle armi della chiesa ortodossa, che incita la russia a prendere le armi per difendere il kosovo: brutti sintomi che ci mostrano piuttosto chiaramente come l'indipendenza del kosovo possa per ora solo servire a buttare benzina sul fuoco del nazionalismo serbo e a frenare i processi democratici portati avanti dalle forze moderate.
dal 1999 a ieri il kosovo, pur formalmente territorio serbo, era controllato e amministrato dall'onu attraverso l'unmik; a partire da domani il neo-governo albanese avrà probabilmente poca autonomia per le sicure interferenze che subirà da parte della missione di pace che invierà l'onu, che starà lì per anni e che nei fatti sarà con ogni probabilità il vero governo che amministrerà questo pezzo di terra grande quanto l'umbria: che fretta c'era allora di rimettere in gioco opposti nazionalismi - non solo quello serbo e quello albanese, lo scacchiere balcanico è complicato - con un atto che possiede allo stato dei fatti una valenza, almeno per ora, solo simbolica (ma non per questo meno pericolosa, anzi)? lo scacchiere balcanico è complicato, dicevo: cosa succederà se i serbo-bosniaci vorranno staccarsi da sarajevo, se i kosovari-serbi taglieranno i ponti (come è probabile) con pristina? quali saranno i rapporti tra il kosovo e l'albania e la macedonia (e la grecia)?
queste ultime considerazioni ci spostano su un piano di politica internazionale, e sul appoggio che gli stati uniti e alcuni paesi dell'ue, sembra, daranno a pristina. 
alcuni nodi:
1. l'incapacità per l'ue di concordare una posizione comune mostra ancora una volta tutti i limiti della politica estera comunitaria;
2. il probabile riconoscimento del governo di pristina da parte dell'italia mostra anche qui alcuni limiti della diplomazia italiana, che si vede costretta ad allinearsi con i grandi per non perdere alcuni vantaggi nei rapporti con le potenze occidentali (anche se rischia di danneggiare i rapporti con un partner importante come la serbia e di fare una scelta che non tutela i propri interessi nella regione);
3. come accennato prima, la secessione improvvisata dagli albanesi kosovari potrebbe costituire un precedente per tanti altri popoli che si trovano in situazioni simili (e ciò spiega il no di spagna, cipro, inghilterra ecc) e generare un pericoloso effetto domino;
4. più complicato il caso del no della russia e del suo appoggio alla serbia: non si tratta evidentemente solo della cecenia. la notizia di stamattina secondo cui anche la cina probabilmente si schiererà dalla parte della russia sembra delineare i contorni di un nuovo attore politico sulla scena internazionale antagonista alla nato. non è chiaro ancora se davvero ci sono le premesse per una nuova alleanza tra potenze alternativa alla nato, ma la conferenza stampa di putin di venerdì sembrava ostentare dei toni anche, per così dire, "programmatici".

martedì, febbraio 12, 2008

_bombing tour



questo dovete assolutamente vederlo: un tour lungo il percorso degli edifici danneggiati dalle bombe Nato a Belgrado. Il video è stato girato nel 2001 ma, a parte il primo e l'ultimo edificio inquadrati, le macerie sono ancora lì.


(dal sito balkanmediations)

_immaginando sarajevo

non sono mai stato a sarajevo, cerco di immaginarla guardando foto e film e leggendo le descrizioni che ne sono state fatte. tra le tante, c'è questa, di Ivo Andric (bosniaco di nascita, croato di nazionalità, serbo d'elezione), che non riesco a smettere di rileggere; si può raffigurare l'anima più profonda di una città raccontandone solo i suoni notturni?

"a Sarajevo, chi soffra d'insonnia può sentire strani suoni nella notte cittadina. Pesantemente e con sicurezza batte l'ora della cattedrale cattolica: le due dopo mezzanotte. Passa più di un minuto (esattamente settantacinque secondi, li ho contati) ed ecco che si fa vivo, con suono più flebile, ma più penetrante, l'orologio della Chiesa ortodossa, e anch'esso batte le due. Poco dopo, con voce sorda, lontana, il minareto della moschea imperiale batte le undici: ore arcane, alla turca, secondo strani calcoli di terre lontane, di parti straniere del mondo. Gli ebrei non hanno un orologio proprio che batta le ore, e solo Dio sa qual è in questo momento la loro ora, secondo calcoli sefarditi o ashkenaziti. Così, anche di notte, mentre tutto dorme, nella conta di ore deserte di un tempo silenzioso, è vigile la diversità di questa gente addormentata, che da sveglia gioisce e patisce, banchetta e digiuna secondo quattro calendari diversi, tra loro contrastanti, e invia al cielo desideri e preghiere in quattro lingue liturgiche diverse. E questa differenza, ora evidente e aperta, ora nascosta e subdola, è sempre simile all'odio, spesso del tutto identica ad esso".
Ivo Andric, Lettera del 1920

lunedì, febbraio 11, 2008

_segnalazioni

sto pensando ad una lista di link e risorse varie da inserire nel blog; intanto, due segnalazioni: il bel blog, con alcune foto di architettura belgradese, di sajkaca e il blog di un collega anche lui a quanto pare fissato coi balcani...

sabato, febbraio 09, 2008

_esempi di restauri postbellici

primo post in cui pubblico alcuni materiali di studio.
giovedì 7 febbraio, io e andrea tramontana (post-doc in semiotica a bologna) abbiamo tenuto un seminario, ospitato dalla scuola superiore di studi umanistici di bologna, sul tema "patrimonio, conservazione e restauro in situazioni di post-conflitto". il seminario era rivolto ad una delegazione di studenti iracheni in visita in italia da qualche mese. è stato un incontro molto interessante e gli interventi degli studenti sono sempre stati puntuali e stimolanti, peccato solo che, a causa del poco tempo, non è stato possibile conoscere meglio i ragazzi iracheni. il mio intervento era su "restauri post-bellici e politiche di ricostruzione della memoria" e il video che vi posto raccoglie le mie slides con alcuni esempi fotografici.
(la qualità delle prime slides non è ottima, la conversione da ppt a video le ha incasinate un po', ma se avete la pazienza di andare avanti troverete alcuni esempi fotografici).

video

_prima di partire

come accennato nei precedenti post, mi accingo a partire per un tour balcanico, un viaggio attraverso alcuni centri urbani dell'ex-Jugoslavia, scelti tra quelli maggiormente colpiti dagli eventi bellici dei '90.
le tappe sicure, per ora, sono: Belgrado, Sarajevo, Mostar e, spero, Vukovar. l'idea è quella di fare delle ricerche sul campo per approfondire i temi della mia tesi. il "protocollo" che intendo seguire per ogni tappa prevede:
1. a) stesura di un inventario degli edifici monumentali, o comunque ad alta valenza simbolica, danneggiati durante le azioni di guerra; b) verifica della loro morfologia prima (attraverso ricerche negli archivi) e dopo (attraverso sopralluoghi compiuti di persona) i danneggiamenti;
2. osservazione dei comportamenti di fruizione e di attraversamento degli spazi urbani in cui sono presenti edifici danneggiati o restaurati o ricostruiti;
3. raccolta di interviste: l'obiettivo è raccogliere dati sulla percezione, da parte dei cittadini, degli spazi danneggiati dalla guerra che proverò ad analizzare, e sulla memoria che essi conservano di quegli spazi (o sugli eventuali cambiamenti o riconfigurazioni di tale memoria).

si tratta di un protocollo che pone diversi problemi nell'ottica di un'analisi semiotica, ed è evidente che il corpus d'analisi che ne deriverà necessiterà di procedure d'analisi in grado di fronteggiarne soprattutto il carattere eterogeneo; ma su questo problema tornerò più avanti.
la difficoltà maggiore per me ora è quello di trovare i contatti giusti: per adesso i miei interlocutori saranno lo Human Right Center di Belgrado e quello di Sarajevo. a quanto pare i primi riusciranno a mettermi in contatto con un importante architetto serbo, Zoran Radojicic, che ha vinto un paio di concorsi per la ricostruzione di importanti edifici, tra cui lo Yugoslav Drama Theater. ovviamente, dovrò riuscire a capire come funzionano lì gli archivi storici e istituzioni equivalenti e poi provare a capire come procedere per la parte "etnografica" della mia analisi... vedremo...

martedì, febbraio 05, 2008

_avvertenze#2

dato che la mia disciplina - la "lente" attraverso cui provo a guardare alle cose che dicevo nei post prec. - è (o almeno vorrebbe essere) la semiotica, ma considerato che mi piacerebbe mantenere un tono il più possibile leggero, quasi da email, etichetterò come semiotici, mettendo una bella avvertenza in calce, quei post in cui mi lascio andare a digressioni forse in apparenza troppo teoriche e di fronte alle quali qualcuno potrebbe lecitamente chiedersi che c'entra tutto ciò coi restauri delle città balcaniche devastate dalla guerra. 

io sono piuttosto convinto della potenza e dell'utilità di tanti degli strumenti che la mia disciplina riesce a fornirmi... o meglio, per chiarire meglio cosa mi piace dell'approccio semiotico, non considero la semiotica come una cassetta di attrezzi da cui pescare strumenti da utilizzare anche quando non sono quelli giusti per l'analisi che si intende compiere, la vedo piuttosto come uno sguardo, anzi una capacità di esercitare un particolare sguardo sulle cose, un modo di "comporre il quadro" dei processi sociali che si vuole analizzare, consentendo di scomporli e ricomporli, di individuarne alcuni punti nodali e notevoli, per cercare di capirne alcuni meccanismi. va da sé - ma penso ciò risulti chiaro anche a chi è completamente digiuno della materia - che il modo in cui il semiologo prova a "comporre il quadro", a trovare dentro di esso le regole della sua descrizione, muove da un'ipotesi sullo statuto delle "cose" che compongono il quadro, ovvero sul fatto che esse pertengono tutte ad un ordine, in apparenza instabile e sfuggente, che è l'ordine del simbolico, inteso qui in un'accezione un po' diversa e più ampia di quella di senso comune. 

ma in questo post non volevo approfondire questo problema (anche se questo e altre questioni riemergeranno inevitabilmente) quanto formulare un'avvertenza che è anche una dichiarazione di intenti: in questo blog, anche quando mi lascerò andare a questioni un po' più teoriche, scriverò solo cose che, a mio parere, "c'entrano" col tema delle distruzioni e ricostruzioni urbane in periodo bellico e post-bellico; tuttavia, per chi non volesse aver nulla a che fare con la semiotica, ci sarà un 'etichetta in calce ai post ad avvertirlo di volta in volta dei contenuti e dei rischi che corre a leggerli (ad es, questi primi quattro post sono in una sezione, che chiuderò presto, di indicazioni, contro-indicazioni e posologie)...

_avvertenze

qual è lo scopo di questo blog? l'idea è quella di creare uno spazio di condivisione e di scambio di idee e riflessioni sul tema della memoria - in particolare quella sotto forma urbana - dei conflitti jugoslavi degli anni '90 e soprattutto sul problema attuale della gestione di un passato tanto pesante. 
vorrei dunque procedere in questo modo: utilizzerò questo blog come un quaderno d'appunti su cui annotare impressioni, riflessioni, idee, "illuminazioni" sul tema della mia ricerca (cfr. post precedenti) e cercherò di sfruttare il carattere di "pubblicità" di tali appunti diffondendo l'indirizzo (lo farò appena avrò vinto la vergogna che mi trattiene...) tra colleghi di dottorato, professori, studenti o amici che possono essere a qualunque titolo interessati al tema della mia ricerca; ho ricevuto e continuo a ricevere ogni giorno preziosi suggerimenti, a volte ancor più graditi perché casuali, inaspettati, al limite non richiesti... questo mi sembra un buon modo per incentivare la vostra collaborazione alla mia causa! avevo considerato anche l'ipotesi di scrivere in inglese, dato che alcuni miei interlocutori e amici interessati a queste cose non parlano l'italiano, e il blog poteva essere un buono strumento per tenerli aggiornati sui progressi della mia tesi (e un'ulteriore buona occasione per me per ricevere utili consigli), ma vedremo più avanti come fare (data la mia pigrizia, è più facile che siano loro a imparare l'italiano...)
inoltre, ad un mese dalla mia partenza per il mio tour balcanico che mi porterà, nell'ordine, a Belgrado, Sarajevo, Mostar, forse Vukovar, forse chissà dove, questo blog vorrebbe anche essere un diario, un posto dove "attaccare cose", foto, parole, segni verrebbe da dire... e per fare vedere queste cose a chi vorrà... male che vada, anche se nessuno lo leggerà, questo quaderno poggiato su una panchina, messo a disposizione di chi passa (ma il titolo, o l'autore, forse sono troppo noiosi perché a qualcuno possa venir voglia di aprirlo), svolgerà un compito per me importante: quello di mettere in ordine le cose che raccolgo.

domenica, febbraio 03, 2008

_delucidazioni sul titolo (e sull'oggetto della mia ricerca)

ed eccoci a noi: il titolo del blog: balkan-scapes. forse un po' pretenzioso, e certamente troppo ammiccante, quasi antipatico...
ma a questo punto devo mantenere la promessa e spiegarvi cosa c'entrano i balcani (e i suoi paesaggi) con uno studio sui rapporti tra politiche del restauro e memoria collettiva... 
in realtà c'entrano eccome: come è noto, per tutti gli anni Novanta i Balcani sono stati teatro di una serie di orribili e sanguinosi conflitti, scaturiti dalla dissoluzione della Jugoslavia socialista e dall'emersione di tendenze nazionaliste e indipendentiste da parte delle diverse repubbliche che componevano la Repubblica Socialista Federale Jugoslava, la creatura politica del generale Tito. "Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un solo Tito", recitava un adagio popolare in voga nel dopoguerra, e alla morte di Tito fu subito chiaro che l'equazione dell'adagio avrebbe presto smesso di funzionare. Così, dopo un decennio percorso da tensioni sempre più evidenti, la polveriera dei Balcani (per usare una tritissima metafora) era pronta ad esplodere di nuovo (altra metafora molto in voga tra storici e giornalisti). La morte di Tito ovviamente in realtà non spiega tutta la faccenda e, detta così, si tratta di una spiegazione buona solo per un cattivo articolo di giornale (o per un post da blog), ma avremo modo di tornare sull'argomento e di riflettere sulle ragioni di una delle più complesse guerre del secolo scorso, in cui elementi tipici di quelle che Mary Kaldor ebbe a chiamare nuove guerre (per definire i caratteri tipici delle guerre post-moderne) si mescolano con odi antichi, conflitti etnici, intolleranze religiose e nazionalismi d'altri tempi, ma anche con interessi economici e ambizioni di potere.
ma uno degli aspetti più centrali delle guerre jugoslave risiede nel fatto che esse sono diventate - forse più, forse prima di altri conflitti - l'emblema di un tipo di guerra e di aggressione diretta soprattutto ai valori civici, sociali, cosmopoliti rappresentati dai centri urbani jugoslavi. c'è chi ha parlato a questo proposito di un conflitto campagna/città e in ogni caso la dimensione etnica, religiosa e nazionalistica - quella che ha innescato le micce dell'odio tra stati che prima si consideravano legati dalla "fratellanza slava" - sembrava del tutto estranea ai valori etici e civici delle grandi città jugoslave, città come Belgrado, Sarajevo, Zagabria, Mostar, tutte con un'attivissima vita culturale e con una risaputa vivacità umana, con altissime percentuali di matrimoni misti, rari esempi di convivenza di etnie diverse. Città abituate al confronto con gli stranieri, "le uniche città sotto un governo socialista in cui, in piena guerra fredda, ogni cittadino poteva chiedere il passaporto", come amano ripetere quelli che forse rimpiangono un po' quello che - pur sapendo malauguratamente mostrare spesso la sua faccia dura, da regime - a volte sembrava tuttavia somigliare in definitiva a quel "socialismo dal volto umano" tanto vagheggiato negli anni '70 (ma forse sono la nostalgia e soprattutto il ricordo di un regime più recente a giocare brutti tiri...).
l'anima della guerre jugoslave sembra risiedere soprattutto in una parola forse un po' macabra ma profonda, non a caso coniata per l'occasione da Bogdan Bogdanovic, importante architetto serbo, ex sindaco di Begrado nei primi anni '90 e acceso contestatore di Milosevic: URBICIDIO.
l'urbicidio a cui sono state sottoposte le città jugoslave ha fatto scattare in me un interesse insano per il tessuto sociale e urbano delle martoriate città (ex-)jugoslave, un tessuto che non è mai sfondo inerte, né una scenografia, abitata e affollata dai suoi cittadini, ma che sembra, forse qui più che in altri posti, la carne viva, anche se scarnificata, di quel che resta della società (una volta) jugoslava, dei suoi frammenti, disiecta membra di un "corpo sociale" che si è ritrovato all'improvviso - e, o almeno così pare, suo malgrado o in maniera quasi inconsapevole - in una posizione scomoda, innaturale, in una posizione non sua. e se le città rappresentavano la mente, la coscienza del frankestein slavo, la consapevolezza di non esser più una cosa sola, di non esser più un corpo unico è arrivata in questi centri nervosi così sensibili quasi di colpo, quasi inaspettatamente, prendendoli alla sprovvista, facendoli reagire in un modo scomposto, inaspettato...
basta una passeggiata nel centro di belgrado per accorgersene, una corsa in taxi lungo la kneiza milosa: se allunghi la testa fuori dal finestrino, i ruderi di quel che era il ministero degli interni, così come erano il giorno dopo il raid nato, ti si pareranno innanzi come qualcosa di, non saprei come definirlo meglio per ora, perturbante (forse proprio in senso freudiano). e la perturbazione non sfuggirà neanche al taxista serbo, che non mancherà di indicarteli scuotendo la testa, raccontandoti un altro degli infiniti aneddoti serbi sulle bombe americane...
per arrivare al punto: guardare ai restauri, alle ricostruzioni, alle demolizioni o alla conservazione delle tracce della guerra tra le macerie ancora fumanti dei balcani post-bellici, può equivalere, questa è la mia scommessa, ad auscultare quello che ci può apparire a volte come un "corpo alieno", più complicato del normale, col quale le normali procedure di diagnosi difficilmente funzionano... 
se studiare le ricostruzioni che fanno seguito alle distruzioni delle guerre può diventare una lente per meglio entrare nelle memorie della società, quale paziente migliore dell'ex-Jugoslavia?

_presentazioni...

Allora, direi di partire dalle generalità: mi chiamo Francesco Mazzucchelli e sono un dottorando in Semiotica dell'Università di Bologna.
Vado subito al dunque: perché questo blog e perché questo strano titolo? Provo a spiegarmi (e a giustificarmi). Attualmente, sto lavorando ad un progetto di ricerca, per la mia tesi di dottorato, sul problema del restauro architettonico e urbano, affrontato da un duplice punto di vista: il primo è prettamente semiotico, e qui, senza scendere in ulteriori noiosi dettagli, le questioni più rilevanti sono il problema copia/originale-falso/autentico e il problema dello studio della temporalità e della diacronia all'interno di un approccio semiotico; il secondo è più, diciamo così per amor di semplicità, culturologico, nel senso che sto provando ad affrontare le problematiche relative al restauro considerandone gli aspetti non solo estetici ma anche quelli, per così dire, etici e politici.
Ciò vuol dire essenzialmente che quello che faccio nella mia tesi è paragonare ogni intervento di restauro architettonico (soprattutto quando riguarda "beni" che rivestono un particolare valore simbolico) ad una vera e propria pratica di scrittura, una scrittura del tutto peculiare, che agisce su quel particolare testo sociale e palinsestuale costituito dalle nostre città
Del restauro mi interessano dunque in particolare gli aspetti politici, quelli legati ai tentativi, da parte della comunità che li attua, di ricollegarsi al proprio passato, di inscrivere in esso la propria identità e la propria idea di presente e di futuro.
Visto così, il restauro diventa una forma di scrittura, e non solo una scrittura nella memoria, nel retroterra condiviso che fa da collante ad una società; ma anche e  soprattutto una scrittura della memoria, attraverso cui una società "costruisce" il proprio passato, stabilisce una continuità con i suoi eventi passati e si appropria di una identità, attraverso quella che Lotman, il grande semiologo russo, chiamerebbe capacità di "auto-rappresentazione".
Se quindi il restauro può essere studiato anche e soprattutto a partire dalle sue valenze identitarie, valoriali e culturali, particolarmente interessanti saranno quei casi in cui particolarmente controversa o combattuta o sofferta è la scelta del modo in cui si vuole ricordare il proprio passato, o anche la scelta di quale passato ci si voglia ricordare. 
Uno dei momenti storici in cui le questioni relative alle ricostruzioni e ai restauri urbani si impongono con più forza (aggravando i termini del normale dibattito attorno alle scelte da adottare, termini comunque quasi mai "pacifici") è quello in cui un paese esce da un evento catastrofico e distruttivo come un conflitto armato. La distruzione causata da un evento bellico è paragonabile ad un trauma collettivo e l'intervento di restauro, in questi casi, assume il significato di una sorta di "cerimoniale di riparazione all'evento luttuoso subito", per usare le parole dell'architetto/restauratore Paolo Marconi. Per queste ragioni, ho deciso di restringere il campo e focalizzare l'attenzione su una classe specifica di interventi di restauro: i restauri post-bellici.
Ecco spiegato a grandi linee a grandi linee - così come lo spiegherei a mia nonna, per seguire il consiglio di una mia professoressa - il succo del mio progetto. Tutto ciò ancora non spiega il titolo del blog, balkan-scapes, ma per questo dovrete aspettare il prossimo post.