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domenica, luglio 18, 2010

giovedì, ottobre 16, 2008

_rekonstrukcija vijećnice


a quanto pare, a Sarajevo, sono da poco iniziati i lavori di ricostruzione della Vijećnica, la splendida biblioteca nazionale che andò a fuoco nel 1992 sotto le granate serbe e che conteneva tesori di inestimabile valore, come i preziosissimi codici miniati portati in dono alla città dagli ebrei sefarditi in fuga dalla Spagna e accolti dai saraijlje. nella foto, è visibile una impalcatura in corso di montaggio.

non conosco nessun dettaglio del progetto, immagino che si opterà per un restauro stilistico, vista l'importanza simbolica di questo edificio per la città. unica certezza: l'investitore è grad sarajevo, la municipalità della città.

martedì, agosto 05, 2008

_chi si ricorda di Gavrilo Princip?

A proposito di memorie urbane che cambiano.
Le diverse fortune e le alterne memorie dell'attentato (e dell'attentatore) di Francesco Ferdinando a Sarajevo sono essenziali per capire il tormentato inconscio di questa città. Leggetevi questo post di francesca (puntuale e documentato, come sempre) per capirci qualcosa. 

sabato, maggio 24, 2008

_sarajevo città divisa


ieri sono andato a visitare Sarajevo Est, istocno Sarajevo, ovvero la parte della città assegnata dagli accordi di Dayton alla repubblica Srpska. Sarajevo è, infatti, una città, dal punto di vista amministrativo, divisa, ed una parte di quello che una volta era territorio cantonale si trova al di fuori della federazione. Nessun confine vero, nessuna frontiera, nessun posto di blocco: si prende un autobus sino a Dobrjinja, la periferia est della città, verso l'aeroporto, si scende al capolinea, si fa qualche metro a piedi, si attraversa un'anonima rotonda di periferia, e si è in repubblica serba, dall'altra parte della barricata.
si tratta, è vero, di una divisione amministrativa, di un contentino dato ai serbi che miravano a dividere la città e prendersene una più grossa fetta, ma è più che evidente, anche dopo una superficiale osservazione delle dinamiche urbane che riguardano questa parte della città (che sino a qualche anno fa si chiamava ufficialmente Srpsko Sarajevo, ma a cui è stato imposto di cambiare il nome con un appellativo più neutro), che non è solo un problema amministrativo.
Non c'è nessun confine visibile, dicevo, ma ci sono comunque tanti indizi che rendono evidente che si sta attraversando un confine di qualche tipo. Ad esempio: la presenza massiccia del cirillico, assente nel resto della città se non in alcuni edifici pubblici dove è obbligatoria la doppia grafia; le differenti tabelle che indicano i nomi delle vie: in blu (come in serbia) e non in verde, con nomi tipicamente serbi (vojvode putnika ecc) e in cirill; niente minareti ma solo una grande chiesa ortodossa. L'aspetto è quello di una normale periferia, molto terrain vague, e tale è nella percezione dei sarajevesi, che non la considerano neanche città, ma già campagna. 
Non è lo stesso per i serbi che vivono qui, che considerano questa parte periferica della città un centro urbano vero e proprio, dal quale escono raramente se non costretti. C'è tutto: le bancarelle lungo la strada (ed è strano, perché si trovano su un vialone di periferia e, significativamente, spariscono nella parte della strada che appartiene alla federazione), gente che passeggia e fa shopping, un centro commerciale, negozi e ristoranti, persino un'università e, come ho già detto, la chiesa. 
questa anonima rotonda di periferia racchiude tutte le contraddizioni, le follie e le precarietà degli equilibri politici, sociali, istituzionali, di questo paese.

mercoledì, maggio 21, 2008

_articolo sulle nuove moschee bosniache

a conferma del post sulle nuove architetture del sacro a sarajevo, ho trovato, su osservatorio balcani, un'intervista alla storica Amra Hadzimuhamedovic.

_errata corrige

ieri avevo scritto dei restauri della moschea di Gazi Husrev, attribuendo - come molti prima di me - i risultati dell'intervento di rimozine delle decorazioni alla volonta' dei finanziatori wahabiti.
ebbene, non c'e' stato nessun finanziatore wahabita! oggi ho parlato con un funzionario dell'istituto per la protezione dei beni culturali del cantone sarajevo che mi ha spiegato come in realta' i lavori di restauro sono stati condotti da un team internazionale (con esperti anche italiani), che hanno optato per la scelta di un restauro di "ripristino" estremo.
sono in attesa di informazioni certe - perche' su questi restauri e' stato scritto di tutto e non e' del tutto chiaro come sono andate le cose - ma in ogni caso sembra che l'idea del primo intervento era quella di riportare l'opera ad un presunto "stato originario", rimuovendo i vari strati che si erano accumulati nei secoli. un po' quello che e' successo, ad esempio, per il restauro della cappella del santo sepolcro di santo stefano a bologna (cito questo esempio perche' ho studiato un po' i restauri di questa chiesa), nel corso del quale sono state rimosse tutti gli affreschi, decorazioni e offerte votive che riempivano la sala, riportandola a quello che si pensava fosse l'originario aspetto romanico. su quanto interventi del genere siano opportuni - sul fatto, ad esempio, che non esiste uno "strato" originario, sul fatto che ogni intervento di restauro e' sempre un'interpretazione e sul fatto che un buon intervento dovrebbe riuscire a preservare tutte le fasi storiche che consentono una buona "leggibilita'" dell'opera - non voglio soffermarmi in questa sede, voglio approfondire pero' i moventi culturali e ideologici che hanno portato a scegliere per un'opzione cosi' radicale di restauro. seguirano aggiornamenti...

martedì, maggio 20, 2008

_a proposito di croci e mezzelune


chi viene a Sarajevo in aereo non potra' fare a meno di notare, nel tragitto in taxi dall'aeroporto alla citta', un'enorme moschea, di stile moderno, che svetta sgomitando tra i palazzoni stile funzional-socialista di novo sarajevo. si tratta della moschea di Re Fahd, costruita nel 1997 con soldi provenienti dall'Arabia Saudita (vedi foto, la seconda non è mia).
proseguendo la sua corsa in taxi, il nostro visitatore incontrera' altri esempi di enormi moschee monumentali, gigantesche, poste su alture o su ampi slarghi, con due, tre, quattro minareti... quando raggiungera' il centro della citta', la baščaršia, il nostro visitatore straniero, i cui occhi si saranno gia' abituati a questi monumentali esempi di moschee di periferia, si aspettera' degli edifici religiosi altrettanto monumentali anche nel tessuto urbano della citta' storica.
ebbene, restera' deluso: le moschee della citta' storica, quelle piu' antiche, devono essere scovate, cercate con attenzione passeggiando per le strette stradine del quartiere ottomano. per trovarle bisogna sollevare la testa alla ricerca degli snelli ed eleganti minareti (mai piu' di uno per moschea) che ne segnalano la presenza, o aspettare il canto del muezzin (nelle moschee piu' antiche non si usa amplificarlo con altoparlanti, quindi bisogna stare molto attenti) per orientarsi nel dedalo di viuzze.
Le moschee tradizionali di Sarajevo sono cosi', discrete, senza sfarzi, si inseriscono mimetizzandosi tra le eterogenee architetture religiose della citta' (cattedrali cattoliche, chiese ortodosse, templi giudaici, chiese evangeliste). Discrete, come discreto e' il senso di appartenenza religiosa dei musulmani di Sarajevo, solitamente lontano da fanatismi e integralismi.
Dalla fine della guerra, in Bosnia sono state costruite centinaia di moschee, molte a Sarajevo. Da uan parte, l'alto numero di nuove costruzioni ha cercato di compensare le tantissime distruzioni (a Banja Luka pressocche' tutte le moschee sono state rase al suolo, ma lo stesso tragico destino, nel resto della Bosnia, e' toccato a chiese cattoliche e ortodosse e sinagoghe); dall'altra parte, il motivo di tante ricostruzioni risiede nei vari interessi relativi alle ricostruzioni post-belliche: interessi non solo economici ma anche, in questo caso, di "colonizzazione culturale": e' il caso di tanti paesi arabi che hanno finanziato la costruzione di nuove moschee, "infiltrando" imam provenienti dai quei paesi, e che predicano un islamismo radicale estraneo ai valori di questa citta'.
parlando di restauri, che dire del restauro, finanziato da alcuni religiosi sauditi, della moschea Gazi Husrev - costruita nel 1531 e considerata uno dei piu bei esempi di architettura ottomana del mondo - che, in ottemperanza ai dettami del wahabismo, ha spogliato gli interni della moschea di tutte le ricche decorazioni?
prima del restauro
dopo i restauri "jugoslavi", prima, e sponsorizzati dai wahabiti, subito dopo la guerra

per fortuna la citta' ha conservato, nonostante il mutato clima, un grande spirito di tolleranza e di laicismo e, soprattutto, un grande senso di ironia (le battute su queste nuove moschee in citta' si sprecano). gli stessi religiosi della moschea hanno avviato qualche anno fa altri lavori di restauro per ridare alla chiesa l'aspetto originale

venerdì, maggio 16, 2008

_ci citano!

a parte la citazione, leggetevi questo articolo sul ponte di mostar, e' piuttosto interessante.

mercoledì, maggio 14, 2008

_survival map

come orientarsi in una città assediata?

_il più bel monumento alle vittime della guerra

nota: l'iscrizione forse è illeggibile nella foto, dice, in inglese, francese, tedesco e serbo-bosniaco-croato, "sotto questa pietra c'è un monumento alle vittime della guerra e della guerra fredda"

martedì, maggio 13, 2008

_alcune foto

La biblioteca nazionale (Vijecnjca), distrutta dall'artiglieria serba nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992.

Il palazzo del parlamento. Il grattacielo è stato restaurato, rispettandone il disegno originale ma modificandone l'aspetto attraverso il ricorso a materiali tipici dell'architettura post-moderna, come superfici trasparenti (una scelta che accomuna tutti i restauri dell'area che va da Marijndvor all'aeroporto).

UNIS tower, un altro simbolo dell'assedio di Sarajevo (anche loro ricostruite).

venerdì, marzo 28, 2008

_la torre della televisione del monte avala

vi invito a leggere questo post di sajkaca (assolutamente attinente ai temi trattati in questo blog) sulla torre delle televisione che sorgeva sul monte avala a belgrado, distrutta dai bombardamenti e ora in ricostruzione.

martedì, marzo 25, 2008

_ Jugoslovensko dramsko pozorsite


ho fatto alcune foto al teatro restaurato da Radojicic; progetto interessante che conserva la vecchia facciata liberty e la ricopre con pannelli in vetro retti da un impalcatura in acciaio dipinta di bianco. Ricorda un po' lo stile di bernard khoury, l'architetto libanese che ha progettato tanti importanti edifici di beirut; in particolare c'è qualche assonanza con il suo hotel-restaurant Central. Entrambi sembrano voler conservare e integrare nel risultato finale quelle strutture che sono proprie della fase di realizzazione del progetto (come le impalcature) o che servivano a mantenere stabile l'edificio prima dell'intervento di ristrutturazione. Un tentativo di rendere permanenti dei segni pensati per essere transitori che può nascondere finalità diverse: nel caso di Khoury l'intenzione era quella di rendere organici alla struttura dell'edificio i segni del suo passaggio attraverso le guerre (l'impalcatura del central a Beirut era stata approntata per impedirne il crollo in caso di bombardamenti); il senso dell'operazione fatta con questo teatro di Belgrado è in qualche modo simile? Proverò a chiederlo personalmente a Radojicic.

Questa l'avevo scattata nel 2005.
N.B.: dato l'argomento del blog, sarà bene chiarire che l'edificio NON era stato danneggiato durante la guerra, ma era andato in fiamme per altre cause.

lunedì, marzo 03, 2008

_il nuovo vecchio ponte di mostar

parlando di ricostruzioni postbelliche in ex-jugoslavia non si può non affrontare il caso di Mostar e del suo famoso ponte, demolito dall'artiglieria croata nel novembre del 1993, ricostruito (tra l'altro da uno studio di Firenze) e riconsegnato alla città e all'umanità nel 2004. Ecco come appariva il ponte in una cartolina del 1930

Queste sono le rovine del ponte dopo il crollo:
Ed ecco come appare oggi, dopo i lavori di ripristino diretti dall'architetto italiano Romeo Manfredo
La distruzione di questo ponte fu un gravissimo colpo per il morale non solo dei bosniaci ma di tutti quanti stavano vivendo l'esasperazione di una guerra che sarebbe riduttivo definire solo "civile", ma che delle guerre civili aveva acquistato i tratti più truci. Ci fu addirittura chi fece notare, forse un po' troppo causticamente, che, mentre negli stessi giorni venivano diffuse le atroci immagini del massacro di Stupni Dol, operato dai croati nei confronti degli abitanti del villaggio musulmano, pochi piansero per le tante vittime innocenti della strage ma tutti piansero per il ponte. 
Può sembrare insensato, fin crudele, piangere per delle pietre più che per delle vite umane, e senza dubbio, in fondo, lo è; nessuna cappella sistina al mondo vale una sola vita umana. Ma è anche vero che, se di fronte ai sentimenti di apatia, di fatalismo, quasi di indifferenza, che una guerra che pare interminabile può generare in quelli che vi si trovano loro malgrado in mezzo, può risultare quasi comprensibile la difficoltà di trovare altre lacrime per quegli altri morti, dopo che tante ne sono già state versate e per tanti altri morti, d'altra parte è fin troppo comprensibile la ragione di queste nuove lacrime per le pietre di questo ponte (e se ne parlava con elena in un post di qualche giorno fa): quei morti erano alcuni dei nostri, alcuni di noi; quel ponte era tutti noi.
Fortemente voluto da Solimano il Magnifico, venne realizzato nel 1556, in nove anni, dal geniale architetto Miram  Hajruddin, il quale, ben consapevole delle difficoltà tecniche di realizzare un ponte di quelle dimensioni con un'unica arcata, e temendo l'ira di Solimano, che gli aveva promesso la morte in caso di crollo, preparò il suo stesso funerale per il giorno in cui sarebbero state tolte le impalcature. Il ponte non crollò, e per secoli rappresento il simbolo della convivenza tra etnie diverse, cattoliche/croate, musulmane/bosniache, ortodosse/serbe. Quel ponte fu, per secoli, la vera e più autentica porta verso l'Oriente, come ci spiega Rumiz in un articolo che coglie la più profonda essenza di quello che non è solo un ponte, o che, meglio, del ponte, inteso come tecnologia di costruzione, riesce ad assumere tutte le più profonde valenze e implicazioni. 
Giustamente, di fronte al lutto per la perdita di un simbolo così importante, si pensa che la cosa più giusta da fare sia ricostruirlo com'era e dov'era, per restituirlo a tutti, musulmani, croati, serbi, all'umanità intera.
Ma quel ponte, che per secoli ha unito i quartieri croati a quelli musulmani della città, che per secoli è stato luogo di transito, di passaggio, di comunicazione (di traduzione, per riprendere quanto dicevamo prima a proposito dei confini), ora sembra aver incorporato un'invisivile barriera. Da soglia tra due anime della città, così dicono in tanti, esso sembra ora essere un limite invalicabile, e mentre prima si transitava senza nessun problema da un quartiere all'altro, negli anni successivi alla guerra sembrava che ognuno preferisse restarsene rintanato nel suo quartiere.
Rumiz, nel suo bellissimo racconto, ci dice del silenzio irreale che avvolse la città nei momenti immediatamente successivi al crollo: il ponte non c'era più, ma la sua anima sembrava essere ancora lì, e il silenzio era l'unico modo per salutarla; ciò che manca a questo nuovo ponte, continua Rumiz, è proprio quell'anima, perduta per sempre.
La poesia del racconto di Rumiz inevitabilmente mi porta a riflettere, da un ben più prosaico punto di vista semiotico, su quello che è il cuore stesso della mia ricerca: perché, anche di fronte ad un tentativo estremo di conservare quelli che vengono frettolosamente chiamati i segni della memoria, anche di fronte ad un ripristino integrale e filologicamente fedele (il progetto è stato in effetti realizzato a regola d'arte e si può parlare a tutti gli effetti di una ricostruzione à l'identique, con tutti i limiti connessi a questo tipo di interventi), la memoria condivisa, il "senso comune" di quel luogo è definitivamente mutato? Qualche idea ce l'ho, ma ora temo di essermi dilungato troppo, quindi ne parlerò in un altro post. Promesso.

giovedì, febbraio 28, 2008

_ministero della difesa e HQ dell'Jna

lasciamo perdere per un po' i commenti politici e torniamo all'argomento principale del blog.
prima di partire, mi piacerebbe infatti riuscire a postare un po' di immagini e informazioni relative ad alcuni dei luoghi che vorrei visitare e che proverò ad analizzare. uno di questi posti è certamente kneiza milosa a belgrado, un'importante arteria - sempre trafficatissima - che attraversa il centro della città e su cui si affacciano ambasciate, importanti edifici governativi, banche, ecc.
Su questa strada, all'incrocio con la via nemanijna, a poche centinaia di metri dall'incrocio con terazije, uno dei viali più belli del centro della città, si affacciavano anche gli edifici che ospitavano il ministero della difesa e il quartier generale dell'esercito federale, e che furono bombardati dalle incursioni della Nato del 1999 e le cui rovine, a quasi dieci anni di distanza, fanno ancora bella mostra di sé.
La coppia di edifici fu progettata da Nikola Dobrovic, un architetto che ebbe un importante ruolo nella scena architettonica serba degli anni '60, anche se questo fu praticamente l'unico suo progetto che venne effettivamente realizzato a belgrado. questa foto (purtroppo a bassissima definizione) mostra com'erano prima dei danneggiamenti:

Come si intuisce dalla foto, una particolarità degna di nota del progetto di Dobrovic risiede certamente nella sua capacità di immaginare un edificio in grado di esercitare una forte funzione "configurante" su tutto lo spazio urbano circostante.
Questa coppia di edifici, infatti, attraverso un contrasto tra movimenti di masse orizzontali e verticali, riusciva a circoscrivere un grande spazio aperto vicino all'incrocio, svolgendo quasi la funzione di un gigantesco portale che si apriva su una delle vie più importanti di belgrado.
queste altre foto mostrano la zona così come si presentava nei giorni appena successivi alle incursioni; la seconda è stata scattata da me nel 2005 (mi scuso per la pessima inquadratura, ma è vietato fotografare i danni provocati dai bombardamenti, ho dovuto scattarla senza dare troppo nell'occhio), mentre l'ultima, sempre recente, dà un'idea più precisa dello stato attuale dell'edificio.

giovedì, febbraio 21, 2008

_le forme della distruzione

trovo, negli appunti di viaggio di Peter Handke - lo scrittore tedesco che nel 1995 e nel '96 si recò in slovenia, serbia e poi bosnia per una viaggio da cui trasse due libri che fecero molto scalpore perché considerati troppo "filo-serbi" in un momento in cui l'opinione pubblica mondiale sembrava aver deciso una volta per tutte chi fossero i buoni e chi i cattivi - trovo, dicevo, tra le parole di handke, un passaggio che mi fa molto riflettere:

"...più tardi il primo segnale di località dopo il confine: Dobrun. Ma del villaggio, oltre al nome, esistevano ancora quasi solo muri di case privi di tetti, porte e davanzali. Case saccheggiate? Le case in quanto case, le case come tali davano l'impressione del saccheggio, e questo sembrava qualcosa di ancor peggio di una distruzione pur così totale; come se tramite un simile metodo di saccheggio non fosse stata annientata di volta in volta semplicemente una singola casa, quella determinata casa, ma per così dire la casa in sè, la casa "casa", l'essenza della casa (essenza che diventava tangibile proprio in quella specifica forma di distruzione)."

martedì, febbraio 12, 2008

_bombing tour



questo dovete assolutamente vederlo: un tour lungo il percorso degli edifici danneggiati dalle bombe Nato a Belgrado. Il video è stato girato nel 2001 ma, a parte il primo e l'ultimo edificio inquadrati, le macerie sono ancora lì.


(dal sito balkanmediations)

lunedì, febbraio 11, 2008

_segnalazioni

sto pensando ad una lista di link e risorse varie da inserire nel blog; intanto, due segnalazioni: il bel blog, con alcune foto di architettura belgradese, di sajkaca e il blog di un collega anche lui a quanto pare fissato coi balcani...

sabato, febbraio 09, 2008

_esempi di restauri postbellici

primo post in cui pubblico alcuni materiali di studio.
giovedì 7 febbraio, io e andrea tramontana (post-doc in semiotica a bologna) abbiamo tenuto un seminario, ospitato dalla scuola superiore di studi umanistici di bologna, sul tema "patrimonio, conservazione e restauro in situazioni di post-conflitto". il seminario era rivolto ad una delegazione di studenti iracheni in visita in italia da qualche mese. è stato un incontro molto interessante e gli interventi degli studenti sono sempre stati puntuali e stimolanti, peccato solo che, a causa del poco tempo, non è stato possibile conoscere meglio i ragazzi iracheni. il mio intervento era su "restauri post-bellici e politiche di ricostruzione della memoria" e il video che vi posto raccoglie le mie slides con alcuni esempi fotografici.
(la qualità delle prime slides non è ottima, la conversione da ppt a video le ha incasinate un po', ma se avete la pazienza di andare avanti troverete alcuni esempi fotografici).