mercoledì, aprile 30, 2008

_sarajevo!


un aggiornamento velocissimo per segnalarvi che sono arrivato a sarajevo e sono in cerca di una connessione stabile per aggiornare il blog. provero ad essere piu regolare negli aggiornamenti, percio stay tuned!

venerdì, aprile 18, 2008

_memory lost?!

Belgrado 17-04-08, palazzo Albanjia a Terazjie, ore 23 circa:
comprenderete che la comparsa improvvisa di una scritta del genere può mettere in crisi un dottorando che si sta occupando di città e memoria...

mercoledì, aprile 16, 2008

_i sensi delle rovine

uno dei quesiti principali della mia ricerca riguarda, come è noto ai miei lettori più affezionati, il significato - politico, sociale, culturale - assunto nel corso degli ultimi nove anni dalle rovine prodotte dai bombardamenti della nato a belgrado.
mi sto concentrando in particolare su questi edifici (e più in particolare su quelli presenti nel centro della città) perché credo che la memoria viva di una città non vada cercata tanto nei monumenti, nei memoriali, o nei posti progettati con l'intento esplicito di conservare una memoria, ma nelle zone e nelle parti di essa dove essa "si produce" autonomamente, in maniera incontrollabile, spontanea. il mio interesse riguarda dunque soprattutto quella che potremmo chiamare la mémoire involontaire di una società.
per questi motivi, mi sto interessando nello specifico agli edifici di kneza milosa, perché essi rappresentano, per la città, un ricordo ancora vivo di un evento storico non ancora del tutto metabolizzato, un monumento involontario alla memoria di una parte della propria storia rispetto alla quale la società serba fa ancora fatica a rapportarsi.
l'"involontarietà", la spontaneità di questa memoria presta però spesso il fianco a "usi" più o meno politici di essa. in un post di qualche giorno fa, facevo riferimento alle manifestazioni politiche (come quella di febbraio post-indipendenza kosovo) che si concludono nel palcoscenico di kneza milosa. in quel post mettevo in evidenza come un ruolo principale, in questa scenografia che mette in scena tutti i poteri - statali (ministeri dell'interno e degli esteri) ma soprattutto internazionali (varie importanti ambasciate) -, è svolto proprio delle rovine, che si collocano a metà e alla fine di questa importante arteria stradale.
Soprattutto quelle del Generalstab (l'edificio progettato da Dobrović) svolgono un ruolo fondamentale: per la loro visibilità, per la loro centralità, per lo stridente contrasto che producono con l'ambiente circostante (costituito da architetture governative neo-classiche). Tutte le manifestazioni, solitamente, passano o si concludono in questo punto della città, l'incrocio tra k milosa e nemanjna, dove sono presenti, per l'appunto il "vlada" (uffici del primo ministro e del governo) il ministero degli esteri e le rovine dei palazzi (ex federali) di dobrovic. Esiste quindi una continua produzione mediatica di immagini di proteste che hanno, per scenografia, l'aggressione nato, e quando i giornali o le televisioni diffondono le immagini delle manifestazioni, le rovine stanno sempre lì, sullo sfondo. ai "sensi sociali" delle proteste si assommano dunque gli instabili (valorialmente) "sensi" delle rovine, e l'effetto finale di questa sommatoria, la risultante delle forze semiotiche in gioco, è sempre variabile e imprevedibile. Queste rovine riescono comunque sempre ad essere un efficace serbatoio di significati, variabili a seconda del discorso in cui sono inseriti.
e il problema della memoria in serbia, a volte, sembra essere proprio questo: è un deposito, disordinato e caotico, dove chi vuole può pescare quello che gli serve per i suoi fini, che sia democratico, conservatore, nazionalista, liberale e chi più ne ha più ne metta.
qualche giorno fa ho assistito ad uno sciopero che si è concluso con il blocco di kneiza milosa per qualche ora. indovinate quale punto della strada è stato scelto per il blocco?


martedì, aprile 08, 2008

_ancora generalstab

ancora una segnalazione dal blog di sajkaca, che non ringrazierò mai abbastanza e il cui blog dovrebbe essere per certi versi considerato la succursale di questo (o viceversa!). 
interessante in particolare le considerazioni finali sul perché non si ricostruiscono i palazzi progettati da dobrovic; sajkaca individua tre possibili cause: 1. non ci sono soldi, 2. il progetto di dobrovic è "troppo jugoslavo", 3. rappresentano il "vuoto" d'identità attualmente presente in serbia.
sono d'accordo con tutte e tre le ragioni, ma la più pregnante è secondo me l'ultima: non si ricostruisce perché non si sa cosa ricostruire e al tempo stesso, a volte, le rovine tornano comode a belgrado, come monumento alle vittime di una guerra per la quale in serbia, per ovvie cause, ancora si fatica ad elaborare una coerente politica della memoria.
intanto, a quanto pare, dalle informazioni che ho raccolto in questi giorni è emerso che probabilmente i lotti dove attualmente si trovano le macerie in kneza milosa verranno venduti a privati (uno, quello alla fine della via, è già stato venduto) e in quei luoghi, in un prossimo futuro, sorgeranno hotel e palazzi residenziali. una scelta che rivela la volontà di rinunciare a fare i conti con gli eventi del recente passato che per i serbi sono ancora (anzi forse in questo periodo più che mai) difficili da rielaborare.

venerdì, marzo 28, 2008

_la torre della televisione del monte avala

vi invito a leggere questo post di sajkaca (assolutamente attinente ai temi trattati in questo blog) sulla torre delle televisione che sorgeva sul monte avala a belgrado, distrutta dai bombardamenti e ora in ricostruzione.

giovedì, marzo 27, 2008

_segni di guerra



ho osservato molto, in questi giorni a belgrado, la zona di kneiza milosa, la via dove si affacciano ambasciate, monumentali uffici governativi e le ormai famose (almeno per chi frequenta questo blog) macerie prodotte dalle bombe Nato. 
Kneiza Milosa è una sorta di red carpet governativo per la città, un tripudio di palazzoni, colonne, cupole e soprattutto bandiere, canadesi, croate, tedesche, americane, polacche... tra tutte spiccano le immense bandiere serbe, tutte nuove fiammanti, con il nuovo emblema serbo ricomparso dopo l'indipendenza del Montenegro - aquila bicipite, scudo con le quattro C, corona che tradisce forse una certa nostalgia per la monarchia (le pretese al trono di colui che pensa di essere il legittimo erede, Alessandro Karadjordjevic, si sono intensificate a partire dal 2000). La presenza massiccia di bandiere serbe coi loro colori accesi genera un fortissimo contrasto cromatico che spezza la monotonia dell'onnipervasiva scala tonale del grigio (tutta presente qui) che caratterizza invece questi colossali edifici, un grigio derivante probabilmente anche dal fortissimo smog sempre presente nell'aria.
Ma questa lunghissima arteria - attraversata da ben cinque corsie percorse ad ogni ora del giorno e della notte da automobili (alcune lussuosissime, la maggior parte scassatissime yugo) che rendono l'aria davvero irrespirabile, e attraversata, durante il giorno, da veri e propri fiumi di gente - questa importante strada, dicevo, non è solo un quartiere governativo ma è diventata, in effetti, negli anni, un piccolo palcoscenico, dove, nei momenti di maggiore crisi, la popolazione serba mette in scena le proprie proteste, le proprie rimostranze nei confronti della comunità internazionale.
Oltre a kneiza milosa, l'altro importante spazio "topico" di ogni manifestazione o protesta, è l'enorme spiazzo antistante il Parlamento serbo, non distante da Kneiza Milosa, vicino Kralja Milana, l'altra via principale del centro (in kneiza milosa è il potere politico a mettersi in scena, in kralja milana forse più quello economico). davanti il parlamento i serbi si raccolgono nei momenti difficili (vi ricordate quando l'edificio che lo ospita venne dato alle fiamme nel 2000 per sancire definitivamente il no dei serbi a milosevic?), a kneiza milosa i serbi vanno per fare sentire la propria voce agli altri stati.
questo percorso sintattico ha caratterizzato anche le recenti proteste del 21 febbraio scorso a seguito della proclamazione dell'indipendenza del Kosovo: grande adunata con comizi davanti al parlamento, poi sfilata sino alle ambasciate straniere per protestare contro chi aveva riconosciuto la decisione di pristina; quindi, i disordini, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, mostrandoci una sorta di città sotto assedio. quasi tutti i belgradesi con cui ho parlato condannano questi gesti vandalici - in effetti opera di poche centinaia di persone, ma li comprendono. 
L'effetto finale, tuttavia, è stato quello di produrre altri segni di distruzione, in questa via in cui di segni di guerra ce n'è fin troppi. i segni delle devastazioni sono ancora lì, i muri anneriti dell'ambasciata americana, le finestre blindate di edifici che paiono sotto assedio, la presenza sempre massiccia di polizia (che, tra l'altro, ostacola le mie osservazioni, spero che non si stufino di vedermi sempre lì attorno e che non gli venga mai in mente di farmi passare qualche guaio): questa via, a volte, sembra di nuovo appartenere ad una città in guerra.
c'è un'altra cosa che non si può non registrare dopo un'osservazione attenta di questa parte della città: questa strada sembra possedere una speciale predisposizione a registrare alcuni tipi di segni prodotti dalla storia, come una pellicola troppo sensibile; al tempo stesso, questi segni sembrano, qui più che altrove, particolarmente resistenti alla cancellazione, alla rimozione. continuo a chiedermi perchè.
gli americani, col loro inguaribile pragmatismo, stanno in questi giorni reimbiancando la facciata dell'ambasciata, ma hanno militarizzato ancora di più gli accessi alla zona dell'edificio. ieri, davanti al loro consolato, campeggiava un cartello in cui c'era scritto che c'erano dei lavori in corso ma nonostante ciò, anche se gli uffici potrebbero sembrare chiusi, il personale è tutto operativo. Insomma: l'ambasciata sembra chiusa, ma non lo è. in realtà di personale, dicono, attualmente ce n'è ben poco, ma non si può dire, si fa finta che si sia tornati alla normalità.
difficile però che una mano di vernice bianca possa cancellare i tanti malumori.

martedì, marzo 25, 2008

_ Jugoslovensko dramsko pozorsite


ho fatto alcune foto al teatro restaurato da Radojicic; progetto interessante che conserva la vecchia facciata liberty e la ricopre con pannelli in vetro retti da un impalcatura in acciaio dipinta di bianco. Ricorda un po' lo stile di bernard khoury, l'architetto libanese che ha progettato tanti importanti edifici di beirut; in particolare c'è qualche assonanza con il suo hotel-restaurant Central. Entrambi sembrano voler conservare e integrare nel risultato finale quelle strutture che sono proprie della fase di realizzazione del progetto (come le impalcature) o che servivano a mantenere stabile l'edificio prima dell'intervento di ristrutturazione. Un tentativo di rendere permanenti dei segni pensati per essere transitori che può nascondere finalità diverse: nel caso di Khoury l'intenzione era quella di rendere organici alla struttura dell'edificio i segni del suo passaggio attraverso le guerre (l'impalcatura del central a Beirut era stata approntata per impedirne il crollo in caso di bombardamenti); il senso dell'operazione fatta con questo teatro di Belgrado è in qualche modo simile? Proverò a chiederlo personalmente a Radojicic.

Questa l'avevo scattata nel 2005.
N.B.: dato l'argomento del blog, sarà bene chiarire che l'edificio NON era stato danneggiato durante la guerra, ma era andato in fiamme per altre cause.

_primo post da belgrado

faccio finalmente ritorno al mio blog, dopo tutti questi giorni di latitanza, per scrivere il mio primo post da belgrado! sono arrivato venerdì e sto provando a organizzare il mio lavoro di ricerca, e solo ora mi rendo davvero conto di quanto sarà difficile. Sto provando a prendere i miei primi contatti, grazie anche all'ospitalità dell'Istituto italiano di cultura e a quella dei miei amici serbi ai quali provo da giorni a spiegare (non so con quanto successo) cosa sto facendo qui.
I miei programmi per i prossimi giorni sono, nell'ordine: visitare lo Human rights center, che dovrebbe essere il mio appoggio principale (anche se non ho ancora conosciuto personalmente il mio referente di lì, che in questi giorni non è in sede) e incontrare Zoran Radojicic, l'architetto che ha curato, tra  le altre cose, il rifacimento dello Yugoslav Drama Theater e il progetto della biblioteca nazionale. Sono due progetti eccezionali e appena possibile vi posterò alcune foto, perché purtroppo non sono molto famosi. 
Ho già visitato inoltre le facoltà di lettere e di filosofia e parlato con tante persone e posso provare a formulare una prima osservazione: non esiste un'opinione pubblica serba compatta, come la stampa occidentale prova a farci credere quando ci propina l'immagine di un nazionalismo serbo uniforme e becero; al tempo stesso, le diverse posizioni sono talmente diversificate che è a volte sembra davvero impossibile capirci qualcosa (per dirla come un siciliano, qui davvero ogni testa è tribunale). La strategia retorica, però, resta uguale in tutti: ognuno presenta la propria opinione come quella che, ovviamente, meglio risponde alle reali esigenze del paese, e, al tempo stesso, scredita le opinioni contrastanti presentandole come assolutamente irrazionali quando non criminali.
una cosa è certa, tutti riescono ad essere estremamente convincenti quando delegittimano le opinioni avversarie, e l'efficacia delle loro argomentazioni risiede nel fatto che tutti (sottolineo tutti) riescono sempre a raccontarti degli aneddoti a dir poco imbarazzanti (in realtà l'aggettivo giusto sarebbe un altro) che screditano fortemente il personaggio politico avverso. Circolano tante di queste storielle di segno opposto (anzi di una moltitudine di segni diversi), ed è naturale che sorga un sospetto, anzi due: o - come sempre nei periodi di intensa campagna elettorale, come ora qui, e comunque in periodi di forte travaglio politico - le bugie e le mezze verità riescono a diffondersi con una velocità e una capacità riproduttiva enorme o, e non scarterei subito questa ipotesi, tutti i politici qui hanno qualche scheletro nell'armadio.

lunedì, marzo 03, 2008

_il nuovo vecchio ponte di mostar

parlando di ricostruzioni postbelliche in ex-jugoslavia non si può non affrontare il caso di Mostar e del suo famoso ponte, demolito dall'artiglieria croata nel novembre del 1993, ricostruito (tra l'altro da uno studio di Firenze) e riconsegnato alla città e all'umanità nel 2004. Ecco come appariva il ponte in una cartolina del 1930

Queste sono le rovine del ponte dopo il crollo:
Ed ecco come appare oggi, dopo i lavori di ripristino diretti dall'architetto italiano Romeo Manfredo
La distruzione di questo ponte fu un gravissimo colpo per il morale non solo dei bosniaci ma di tutti quanti stavano vivendo l'esasperazione di una guerra che sarebbe riduttivo definire solo "civile", ma che delle guerre civili aveva acquistato i tratti più truci. Ci fu addirittura chi fece notare, forse un po' troppo causticamente, che, mentre negli stessi giorni venivano diffuse le atroci immagini del massacro di Stupni Dol, operato dai croati nei confronti degli abitanti del villaggio musulmano, pochi piansero per le tante vittime innocenti della strage ma tutti piansero per il ponte. 
Può sembrare insensato, fin crudele, piangere per delle pietre più che per delle vite umane, e senza dubbio, in fondo, lo è; nessuna cappella sistina al mondo vale una sola vita umana. Ma è anche vero che, se di fronte ai sentimenti di apatia, di fatalismo, quasi di indifferenza, che una guerra che pare interminabile può generare in quelli che vi si trovano loro malgrado in mezzo, può risultare quasi comprensibile la difficoltà di trovare altre lacrime per quegli altri morti, dopo che tante ne sono già state versate e per tanti altri morti, d'altra parte è fin troppo comprensibile la ragione di queste nuove lacrime per le pietre di questo ponte (e se ne parlava con elena in un post di qualche giorno fa): quei morti erano alcuni dei nostri, alcuni di noi; quel ponte era tutti noi.
Fortemente voluto da Solimano il Magnifico, venne realizzato nel 1556, in nove anni, dal geniale architetto Miram  Hajruddin, il quale, ben consapevole delle difficoltà tecniche di realizzare un ponte di quelle dimensioni con un'unica arcata, e temendo l'ira di Solimano, che gli aveva promesso la morte in caso di crollo, preparò il suo stesso funerale per il giorno in cui sarebbero state tolte le impalcature. Il ponte non crollò, e per secoli rappresento il simbolo della convivenza tra etnie diverse, cattoliche/croate, musulmane/bosniache, ortodosse/serbe. Quel ponte fu, per secoli, la vera e più autentica porta verso l'Oriente, come ci spiega Rumiz in un articolo che coglie la più profonda essenza di quello che non è solo un ponte, o che, meglio, del ponte, inteso come tecnologia di costruzione, riesce ad assumere tutte le più profonde valenze e implicazioni. 
Giustamente, di fronte al lutto per la perdita di un simbolo così importante, si pensa che la cosa più giusta da fare sia ricostruirlo com'era e dov'era, per restituirlo a tutti, musulmani, croati, serbi, all'umanità intera.
Ma quel ponte, che per secoli ha unito i quartieri croati a quelli musulmani della città, che per secoli è stato luogo di transito, di passaggio, di comunicazione (di traduzione, per riprendere quanto dicevamo prima a proposito dei confini), ora sembra aver incorporato un'invisivile barriera. Da soglia tra due anime della città, così dicono in tanti, esso sembra ora essere un limite invalicabile, e mentre prima si transitava senza nessun problema da un quartiere all'altro, negli anni successivi alla guerra sembrava che ognuno preferisse restarsene rintanato nel suo quartiere.
Rumiz, nel suo bellissimo racconto, ci dice del silenzio irreale che avvolse la città nei momenti immediatamente successivi al crollo: il ponte non c'era più, ma la sua anima sembrava essere ancora lì, e il silenzio era l'unico modo per salutarla; ciò che manca a questo nuovo ponte, continua Rumiz, è proprio quell'anima, perduta per sempre.
La poesia del racconto di Rumiz inevitabilmente mi porta a riflettere, da un ben più prosaico punto di vista semiotico, su quello che è il cuore stesso della mia ricerca: perché, anche di fronte ad un tentativo estremo di conservare quelli che vengono frettolosamente chiamati i segni della memoria, anche di fronte ad un ripristino integrale e filologicamente fedele (il progetto è stato in effetti realizzato a regola d'arte e si può parlare a tutti gli effetti di una ricostruzione à l'identique, con tutti i limiti connessi a questo tipo di interventi), la memoria condivisa, il "senso comune" di quel luogo è definitivamente mutato? Qualche idea ce l'ho, ma ora temo di essermi dilungato troppo, quindi ne parlerò in un altro post. Promesso.

giovedì, febbraio 28, 2008

_ministero della difesa e HQ dell'Jna

lasciamo perdere per un po' i commenti politici e torniamo all'argomento principale del blog.
prima di partire, mi piacerebbe infatti riuscire a postare un po' di immagini e informazioni relative ad alcuni dei luoghi che vorrei visitare e che proverò ad analizzare. uno di questi posti è certamente kneiza milosa a belgrado, un'importante arteria - sempre trafficatissima - che attraversa il centro della città e su cui si affacciano ambasciate, importanti edifici governativi, banche, ecc.
Su questa strada, all'incrocio con la via nemanijna, a poche centinaia di metri dall'incrocio con terazije, uno dei viali più belli del centro della città, si affacciavano anche gli edifici che ospitavano il ministero della difesa e il quartier generale dell'esercito federale, e che furono bombardati dalle incursioni della Nato del 1999 e le cui rovine, a quasi dieci anni di distanza, fanno ancora bella mostra di sé.
La coppia di edifici fu progettata da Nikola Dobrovic, un architetto che ebbe un importante ruolo nella scena architettonica serba degli anni '60, anche se questo fu praticamente l'unico suo progetto che venne effettivamente realizzato a belgrado. questa foto (purtroppo a bassissima definizione) mostra com'erano prima dei danneggiamenti:

Come si intuisce dalla foto, una particolarità degna di nota del progetto di Dobrovic risiede certamente nella sua capacità di immaginare un edificio in grado di esercitare una forte funzione "configurante" su tutto lo spazio urbano circostante.
Questa coppia di edifici, infatti, attraverso un contrasto tra movimenti di masse orizzontali e verticali, riusciva a circoscrivere un grande spazio aperto vicino all'incrocio, svolgendo quasi la funzione di un gigantesco portale che si apriva su una delle vie più importanti di belgrado.
queste altre foto mostrano la zona così come si presentava nei giorni appena successivi alle incursioni; la seconda è stata scattata da me nel 2005 (mi scuso per la pessima inquadratura, ma è vietato fotografare i danni provocati dai bombardamenti, ho dovuto scattarla senza dare troppo nell'occhio), mentre l'ultima, sempre recente, dà un'idea più precisa dello stato attuale dell'edificio.

sabato, febbraio 23, 2008

_appunti di un viaggio che devo rinviare

in tutto ciò, i miei programmi di viaggio necessitano di qualche ripensamento. pensavo di partire il 10 per belgrado, ma ho deciso di aspettare e vedere come evolverà la situazione. intanto comincio a pensare che farei meglio a partire prima per la bosnia e la croazia e rinviare belgrado ad aprile.
solo un rammarico: mi piacerebbe tanto visitare e conoscere e studiare i processi urbani di kosovska mitrovica, che molti stanno già ribattezzando la nuova berlino, per le divisioni e i confini interni che la caratterizzano. sarebbe un caso di studio interessantissimo per la mia tesi, un po' fuori tema perché non si tratta precisamente di ricostruzione post-bellica, quanto di riconfigurazione dei flussi urbani a seguito di una divisione politica, etnica, culturale.
i confini sono forse i luoghi più affascinanti, perché definiscono dei luoghi semanticamente ambigui e per questo particolarmente complessi. un confine non chiude mai ermeticamente, stabilisce nuovi e diversi flussi di comunicazione. parlando della grande muraglia, paolo fabbri racconta che una volta, visitandola nel corso di un viaggio con eco e le goff, si rese conto di due cose non banali: come prima cosa, la muraglia non è un muro: è una strada, è percorribile; poi, ci sono alcune cose che si fermano, altre che passano: i barbari si fermano (spesso), gli uccelli passano, le malattie pure.
cosa trattiene, cosa fa passare un confine? e come trasforma, come traduce ciò che passa?
la porosità del confine è la qualità che fa di esso un oggetto interessante dal punto di vista semiotico.

_perché sono contrario all'indipendenza del kosovo

molti mi chiedono perché sono così contrario all'indipendenza del kosovo, in fondo è una regione abitata al 90% da albanesi e l'indipendenza sarebbe un risarcimento al genocidio degli anni '90.
allora: non voglio toccare la spinosa questione del genocidio, perché di genocidi (ammesso che sia la parola giusta), negli anni '90 e prima, sono stati vittime tutti i popoli jugoslavi (anche i serbi, ma di questo quasi mai si parla). non voglio neanche entrare nel merito della legittimità giuridica dello stato kosovaro, la cui proclamazione unilaterale viola patentemente le norme del diritto internazionale, che sanciscono la legittimità di una secessione solo quando concordata tra le due parti o comunque riconosciuta da una risoluzione delle Nazioni Unite (ricordo che nessuna delle due condizioni sono state soddisfatte).
io sono contrario perché non penso che la soluzione ai problemi dei balcani sia quella della costruzione di nuove frontiere. le nuove frontiere politiche favoriranno inevitabilmente nuove frontiere culturali e credo fortemente che, nei balcani, la convivenza pacifica sia possibile, se sostenuta in modo adeguato dalla comunità internazionale.
"perché devo essere minoranza nel tuo stato se posso essere maggioranza nel mio?": questa è stata la linea strategica adottata da tutte le minoranze dei balcani, colpevolmente appoggiata da america e europa. ma a cosa porterà questa linea strategica? quanti altri "ultimi atti del processo di balcanizzazione" dovremo attenderci nei prossimi anni (ricordo alcuni candidati: Kraijna in Croazia, republika Srspka in Bosnia, Kosovo serbo sopra l'Ibar). a quante "città-stato", a quali altre "contorsioni" di forme costituzionali (unione di repubbliche, federazioni diregioni autonome, ecc) porterà questa infinita balcanizzazione? e soprattutto, siamo sicuri che perché ci sia la pace si debba dividere?
sono convinto che l'unica soluzione al problema balcanico - e so di semplificare come tutti gli occidentali, ma ci spero davvero - sia la convivenza pacifica e se la storia recentissima mi smentisce, la storia un po' meno recente ci mostra invece che non si tratta di un'ipotesi irrealizzabile. e le recenti normalizzazioni delle relazioni tra slovenia, croazia, serbia, bosnia sembravano segnali positivi, in questo senso.
per questi motivi, no, non riesco proprio a festeggiare la costruzione di un nuovo steccato.

_i fantasmi di belgrado

le notizie e le immagini che arrivano in questi giorni da belgrado sono tutt'altro che rassicuranti. la rabbia del popolo serbo è comprensibile e condivisibile, ma le devastazioni e le scene di guerriglia urbana di questi giorni non possono non riportarci indietro nel tempo.
meno condivisibili paiono però le reazioni scomposte e le azioni irresponsabili degli attuali leader serbi: il premier kostunica che incita le folle e agita spettri del passato, il presidente tadic che, nel giorno cruciale della manifestazione, vola in romania e lascia il campo libero al radicale nikolic, il quale non manca di approfittarne e sale sul palco per lanciare le sue promesse di riconquista, infiammando animi già fin troppo caldi.
è vero, le devastazioni sono opere di teppisti, ma condivise - anche nella forma violenta che hanno acquistato ieri - da molti; tra i molti c'è anche il premier kostunica? tanti hanno accusato la polizia di aver largamente lasciato fare prima di intervenire, né ci si poteva aspettare che le dichiariazioni d'odio di kostunica cadessero nel vuoto.
qual è la strategia di kostunica, che ha più volte dimostrato di non gradire tadic? fomentare gli scontri e la rabbia fino a quando non ci scapperà l'incidente grosso (non dico il morto, perché c'è stato, e non ha impressionato quasi nessuno)? fino a quando la situazione sarà talmente calda che lo stato d'emergenza sarà inevitabile?
ecco, questo temo, che molti attendano la proclamazione dello stato d'emergenza, che potrebbe finalmente esautorare tadic e - raccogliendo i consensi di quella larghissima fetta di sostenitori di nikolic - determinare una svolta ultra-nazionalista nel governo della serbia.
intanto, i russi agitano i pugni, gli europei fanno gli offesi, gli americani si appellano al loro senso di giustizia (poco importa se quel che è giusto per loro non è giusto per altri), gli italiani si accorgono in ritardo di esser stati fin troppo precipitosi...

giovedì, febbraio 21, 2008

_le forme della distruzione

trovo, negli appunti di viaggio di Peter Handke - lo scrittore tedesco che nel 1995 e nel '96 si recò in slovenia, serbia e poi bosnia per una viaggio da cui trasse due libri che fecero molto scalpore perché considerati troppo "filo-serbi" in un momento in cui l'opinione pubblica mondiale sembrava aver deciso una volta per tutte chi fossero i buoni e chi i cattivi - trovo, dicevo, tra le parole di handke, un passaggio che mi fa molto riflettere:

"...più tardi il primo segnale di località dopo il confine: Dobrun. Ma del villaggio, oltre al nome, esistevano ancora quasi solo muri di case privi di tetti, porte e davanzali. Case saccheggiate? Le case in quanto case, le case come tali davano l'impressione del saccheggio, e questo sembrava qualcosa di ancor peggio di una distruzione pur così totale; come se tramite un simile metodo di saccheggio non fosse stata annientata di volta in volta semplicemente una singola casa, quella determinata casa, ma per così dire la casa in sè, la casa "casa", l'essenza della casa (essenza che diventava tangibile proprio in quella specifica forma di distruzione)."

lunedì, febbraio 18, 2008

_link

come potete vedere, ho inserito una prima lista di link utili; mi impegno sin d'ora ad integrarla in futuro e ad aggiornarla. solo un paio di avvertenze: la lista potrebbe sembrare un po' troppo sbilanciata sul versante serbo: l'unico ragione di ciò è che ho vissuto a belgrado per quasi quattro mesi e conosco meglio quella realtà; spero, proseguendo nelle mie indagini, di trovare altre risorse che non mancherò di segnalarvi.
poi, i link che ho messo ora sono più che altro link a siti di notizie (tenete d'occhio quello dell'ambasciata - di cui tra l'altro curavo l'aggiornamento nel 2005 - nella sezione news c'è un'ottima rassegna stampa giornaliera), ma non solo. i più utili sono quello al famoso osservatorio balcani e i link agli human rights centre che mi ospiteranno.
per finire, sotto i link trovate un piccolo sondaggio che vi propongo. vi invito a rispondere, mi interessa sapere cosa pensano i miei lettori sull'argomento kosovo.

_ancora OT. per approfondire

la questione del kosovo è molto complessa e il mio post precedente non voleva certo dire l'ultima parola, non sono un esperto di affari balcanici. per chi volesse approfondire le vicende di questi giorni, segnalo l'ottimo articolo di Lucio Caracciolo, direttore della rivista italiana di geopolitica Limes, lo speciale Kosovo di Osservatorio sui Balcani e una mappa interattiva (quando si tratta di balcani sempre meglio riflettere cartine alla mano) tratta sempre da Limes on line

_OT l'indipendenza del kosovo

torno a scrivere dopo qualche giorno di assenza, e lo faccio affrontando un argomento che mi ero ripromesso di non trattare su questo blog ma che è stato, inevitabilmente, l'unico mio motivo di riflessione di questi giorni: la questione kosovara. lo dico subito, ben consapevole dell'impopolarità della mia opinione (almeno in italia) e anche a costo di essere frainteso: non vedo di buon occhio l'indipendenza unilaterale dichiarata dagli albanesi di pristina. non voglio entrare nello specifico delle ragioni che mi inducono a pensarla così, i motivi sono tanti e spaziano tra considerazioni giuridiche (soprattutto di diritto internazionale), politiche e anche etiche. 
vorrei solo soffermarmi su due implicazioni politiche derivanti da questo evento, una che riguarda più la situazione interna in serbia, l'altra la comunità internazionale. 
per quanto riguarda la serbia, ritengo che un riconoscimento affrettato del governo di pristina da parte dei paesi occidentali sortirebbe l'unico effetto di soffiare sul fuoco (mai sopito, ricordiamoci che il candidato nazionalista nikolic ha preso più del 47% dei voti) del nazionalismo, e non solo di belgrado ma anche degli abitanti della repubblica srpska che a questo punto potrebbero sentirsi legittimati a chiedere l'indipendenza dalla bosnia-herzegovina. tralasciando per ora i serbo-bosniaci, vediamo cosa sta succedendo a belgrado in questi giorni. com'è noto, la serbia è impegnata, negli ultimi anni, in un processo di graduale, forse lento ma comunque significativo, processo di cambiamento - istituzionale, economico, culturale - e di "europeizzazione". la continuità di questo processo è testimoniata dalla recente vittoria di tadic alle elezioni di qualche giorno fa, che hanno invece segnato la sconfitta dell'ultra-nazionalista nikolic. la vittoria di tadic - fautore di una politica filoeuropea e pro economia di mercato contro la politica filo-russa, nazionalista e anti-europeista di nikolic - è stata in realtà una vittoria di misura, con circa il 53 % dei voti. ciò vuol dire non solo che più o meno un serbo su due appoggerebbe la politica di nikolic, ma anche che se escludiamo belgrado, capitale già europea nella sua fisionomia e quindi enclave di tadic, il resto della serbia è più o meno nettamente controllato dal SRS (il partito di nikolic).
il compito di tadic è quindi gravoso e i compromessi con l'attuale premier kostunica (che non è esattamente sulla stessa lunghezza d'onda di tadic) e con i sentimenti nazionalisti di una parte enorme dell'elettorato sono inevitabili.
in tale quadro di politica interna, la secessione di pristina sembra giungere nel momento più delicato e meno opportuno e rischia di agitare i peggiori fantasmi revanchisti dei serbi. non solo: le modalità dell'autoproclamazione del governo albanese suonano come una sfida alla serbia, che non solo vede nel kosovo la terra dove affondano le radici della nazione ma anche il luogo dove attualmente risiedono centinaia di migliaia di serbi che non vogliono un governo albanese e che ora temono per la propria incolumità. e intanto assistiamo a scene di rivolta a belgrado e alla chiamata alle armi della chiesa ortodossa, che incita la russia a prendere le armi per difendere il kosovo: brutti sintomi che ci mostrano piuttosto chiaramente come l'indipendenza del kosovo possa per ora solo servire a buttare benzina sul fuoco del nazionalismo serbo e a frenare i processi democratici portati avanti dalle forze moderate.
dal 1999 a ieri il kosovo, pur formalmente territorio serbo, era controllato e amministrato dall'onu attraverso l'unmik; a partire da domani il neo-governo albanese avrà probabilmente poca autonomia per le sicure interferenze che subirà da parte della missione di pace che invierà l'onu, che starà lì per anni e che nei fatti sarà con ogni probabilità il vero governo che amministrerà questo pezzo di terra grande quanto l'umbria: che fretta c'era allora di rimettere in gioco opposti nazionalismi - non solo quello serbo e quello albanese, lo scacchiere balcanico è complicato - con un atto che possiede allo stato dei fatti una valenza, almeno per ora, solo simbolica (ma non per questo meno pericolosa, anzi)? lo scacchiere balcanico è complicato, dicevo: cosa succederà se i serbo-bosniaci vorranno staccarsi da sarajevo, se i kosovari-serbi taglieranno i ponti (come è probabile) con pristina? quali saranno i rapporti tra il kosovo e l'albania e la macedonia (e la grecia)?
queste ultime considerazioni ci spostano su un piano di politica internazionale, e sul appoggio che gli stati uniti e alcuni paesi dell'ue, sembra, daranno a pristina. 
alcuni nodi:
1. l'incapacità per l'ue di concordare una posizione comune mostra ancora una volta tutti i limiti della politica estera comunitaria;
2. il probabile riconoscimento del governo di pristina da parte dell'italia mostra anche qui alcuni limiti della diplomazia italiana, che si vede costretta ad allinearsi con i grandi per non perdere alcuni vantaggi nei rapporti con le potenze occidentali (anche se rischia di danneggiare i rapporti con un partner importante come la serbia e di fare una scelta che non tutela i propri interessi nella regione);
3. come accennato prima, la secessione improvvisata dagli albanesi kosovari potrebbe costituire un precedente per tanti altri popoli che si trovano in situazioni simili (e ciò spiega il no di spagna, cipro, inghilterra ecc) e generare un pericoloso effetto domino;
4. più complicato il caso del no della russia e del suo appoggio alla serbia: non si tratta evidentemente solo della cecenia. la notizia di stamattina secondo cui anche la cina probabilmente si schiererà dalla parte della russia sembra delineare i contorni di un nuovo attore politico sulla scena internazionale antagonista alla nato. non è chiaro ancora se davvero ci sono le premesse per una nuova alleanza tra potenze alternativa alla nato, ma la conferenza stampa di putin di venerdì sembrava ostentare dei toni anche, per così dire, "programmatici".

martedì, febbraio 12, 2008

_bombing tour



questo dovete assolutamente vederlo: un tour lungo il percorso degli edifici danneggiati dalle bombe Nato a Belgrado. Il video è stato girato nel 2001 ma, a parte il primo e l'ultimo edificio inquadrati, le macerie sono ancora lì.


(dal sito balkanmediations)

_immaginando sarajevo

non sono mai stato a sarajevo, cerco di immaginarla guardando foto e film e leggendo le descrizioni che ne sono state fatte. tra le tante, c'è questa, di Ivo Andric (bosniaco di nascita, croato di nazionalità, serbo d'elezione), che non riesco a smettere di rileggere; si può raffigurare l'anima più profonda di una città raccontandone solo i suoni notturni?

"a Sarajevo, chi soffra d'insonnia può sentire strani suoni nella notte cittadina. Pesantemente e con sicurezza batte l'ora della cattedrale cattolica: le due dopo mezzanotte. Passa più di un minuto (esattamente settantacinque secondi, li ho contati) ed ecco che si fa vivo, con suono più flebile, ma più penetrante, l'orologio della Chiesa ortodossa, e anch'esso batte le due. Poco dopo, con voce sorda, lontana, il minareto della moschea imperiale batte le undici: ore arcane, alla turca, secondo strani calcoli di terre lontane, di parti straniere del mondo. Gli ebrei non hanno un orologio proprio che batta le ore, e solo Dio sa qual è in questo momento la loro ora, secondo calcoli sefarditi o ashkenaziti. Così, anche di notte, mentre tutto dorme, nella conta di ore deserte di un tempo silenzioso, è vigile la diversità di questa gente addormentata, che da sveglia gioisce e patisce, banchetta e digiuna secondo quattro calendari diversi, tra loro contrastanti, e invia al cielo desideri e preghiere in quattro lingue liturgiche diverse. E questa differenza, ora evidente e aperta, ora nascosta e subdola, è sempre simile all'odio, spesso del tutto identica ad esso".
Ivo Andric, Lettera del 1920