sabato, gennaio 17, 2009
_rocky a belgrado
lunedì, gennaio 12, 2009
_piccoli nazionalismi postmoderni
L'indipendenza dei piccoli paesi non vale molto. La accettiamo usando concetti da museo, del genere dei "diritti dei popoli all'autodeterminazione". Ma fra poco saranno i popoli stessi a venir chiamati in vita a seconda delle necessità del business o della politica. Nel mondo postmoderno, in cui tutto può essere oggetto di discussione e negoziazione, l'appartenenza nazionale diventerà una delle tante identità, uno dei tanti stili di vita. Chissà, forse avremo a che fare con i creatori di appartenenze nazionali, così come oggi abbiamo a che fare con i creatori di moda. Nulla sta ad impedire che si versi sangue o si sacrifichi la vita per queste nuove nazionalità. I tifosi delle squadre di calcio si dichiarano guerra, muoiono e uccidono i loro eroi cadutiinteressante questa idea di nazionalità come stile di vita, e bella la sua lettura postmoderna - post-fine-grandi-narrazioni - di nazioni come paraventi di interessi transnazionali; tutte le vicende dei balcani degli ultimi 20 anni sono state lette da molti in questa chiave, ma perché dice "avremo a che fare con i creatori di appartenenze nazionali"? Avremo? in futuro? è davvero questa solo una deriva postmoderna dell'idea di nazione? o si trattava forse di qualcosa che l'idea di nazione ha sempre nascosto - dai nazionalismi ottocenteschi - in sé? (o forse è la mia obiezione a ricadere in una prospettiva ingenuamente marxista?)
Intanto, su osservatorio, ascoltate questa bella intervista a sergio romano sul kosovo e le sue riflessioni sulla trasformazione del valore del concetto di sovranità all'interno della comunità internazionale.
sabato, novembre 22, 2008
_la vijecnica non sarà più una biblioteca
maggiori dettagli qui.
lunedì, novembre 17, 2008
_ljubljana again
domenica, novembre 09, 2008
_ricostruzione della torre della tv sul monte avala
martedì, ottobre 28, 2008
giovedì, ottobre 16, 2008
_rekonstrukcija vijećnice

a quanto pare, a Sarajevo, sono da poco iniziati i lavori di ricostruzione della Vijećnica, la splendida biblioteca nazionale che andò a fuoco nel 1992 sotto le granate serbe e che conteneva tesori di inestimabile valore, come i preziosissimi codici miniati portati in dono alla città dagli ebrei sefarditi in fuga dalla Spagna e accolti dai saraijlje. nella foto, è visibile una impalcatura in corso di montaggio.
mercoledì, ottobre 08, 2008
_convegno: luoghi e pratiche, 24-25 ottobre, Università di Bologna
domenica, ottobre 05, 2008
_OT, I muri di Baghdad
venerdì, settembre 26, 2008
_il violoncellista di sarajevo

venerdì, settembre 19, 2008
_segnalazione: blog
martedì, agosto 05, 2008
_chi si ricorda di Gavrilo Princip?
lunedì, agosto 04, 2008
_l'odio tollerante di sarajevo
Stimolato dalle attente riflessioni di cicciosax a commento del mio post precedente, vorrei provare ad inaugurare un dibattito sulla reale natura del multiculturalismo della Sarajevo pre-bellica (aspetto dunque anche altre opinioni in merito).
"La Bosnia è una terra meravigliosa e appassionante, una terra fuori dal comune, per configurazione naturale e per i suoi abitanti. Come il sottosuolo della Bosnia nasconde grandi ricchezze naturali, così l'uomo bosniaco cela senza dubbio in sé grandi qualità morali, più rare che negli abitanti delle altre terre jugoslave. Ma, vedi, c'è qualcosa che la gente della Bosnia, perlomeno quelli della tua specie, dovrebbero riconoscere e non perdere mai di vista: la Bosnia è terra d'odio e di paura. [...] Da voi gli asceti non scoprono l'amore nella propria ascesi, bensì l'odio per i lussuriosi; i sobri odiano coloro che bevono, e in questi ultimi trovi un odio assassino verso il mondo intero. Quelli che professano una fede odiano a morte coloro che non la professano o ne professano una diversa; quelli che amano, odiano coloro che amano altro. [...] Voi siete, in maggioranza, abituati a coltivare tutta la forza dell'odio per ciò che più vi è vicino. Ciò che per voi è sacro, si trova a miglia e miglia di distanza, dentro a fiumi e montagne, mentre ciò che forma l'oggetto del vostro odio e della vostra ripugnanza e proprio lì accanto a voi, nella stessa cittadina, spesso a pochi metri dal muro del vostro cortile. Così il vostro amore non esige molti fatti, mentre il vostro odio passa ai fatti molto facilmente. Anche la terra che vi ha dato i natali, voi l'amate ardentemente, ma in tre-quattro modi diversi che si escludono a vicenda, si odiano a morte e spesso si scontrano".
"una certa gentilezza falsa e conformista, la tendenza ad ingannare se stessi e gli altri con frasi pompose, o vuoti cerimoniali, contraddistinguono da sempre i circoli della borghesia bosniaca. tutto ciò dissimula alla bell'e meglio l'odio, ma non lo sradica.ho paura che in quei circoli possano sonnecchiare antichi istinti e progetti fratricidi e che essi coveranno sotto la cenere sino a quando non verranno intereamente rifatte le fondamenta della vita materiale e spirituale in Bosnia".
"Questa è la Bosnia. Tre diverse opinioni sulla stessa cosa, opinioni diverse, sulle quali non è possibile mettersi d'accordo, e che tuttavia sei costretto ad osservare sorseggiando il caffé. Il buon caffé bosniaco, questa calda, nera bevanda assicura la salvezza di questa repubblica. Non voglio neanche pensare a quando non sarà più possibile prendere assieme il caffé"
_13 anni fa l'Operazione Tempesta
Per capire bene le trasformazioni dei "balkan scapes" dopo le guerre, bisogna guardare alle trasformazioni demografiche e alle nuove geografie umane causate o imposte dagli eventi bellici: così Sarajevo, da città multietnica e multiculturale, dopo quattro anni di assedio ad opera delle milizie serbe, è oggi abitata quasi esclusivamente da bosniaci, mentre serbi, croati, ebrei sono quasi tutti scappati via; Mostar, da città "laboratorio-sociale", con il più alto tasso di matrimoni misti e di cittadini che si dichiaravano jugoslavi (per sfuggire alle logiche etniche o perché nati da coppie "miste"), ora è divisa (letteralmente) tra croati e bosniaci; Banja Luka, sede del pashaluk bosniaco durante la dominazione ottomana, con le sue bellissime moschee, tutte distrutte nel periodo 1992-1995 (compresa l'antichissima moschea Ferhandia, XV sec, già patrimonio Unesco), è ora abitata esclusivamente da serbi; Srebrenica è diventata il simbolo delle strategie di pulizia etnica dei nazionalisti serbi e, da cittadina a maggioranza musulmana, si è trasformata in una città a maggioranza serba.
Le terribili vicende di diaspora e pulizia etnica sono "leggibili" nei paesaggi urbani di queste città, ed è per questo che ritengo utile e interessante studiare le città, perché esse ci parlano di chi ci vive, ci parlano delle trasformazioni delle identità di questi popoli: le nuove "forme urbane" di queste città sono specchio delle nuove identità.
Sarajevo, il cui carattere multiculturale si manifesta anche nella struttura urbanistica, o nel fatto, per esempio, che nel raggio di neanche 500 metri si alternano chiese cattoliche, chiese ortodosse, sinagoghe, moschee, chiese evangeliste (già, anche chiese evangeliste), sta assumendo sempre più, attraverso l'edificazione di gigantesche moschee o attraverso interventi di ricostruzione "mirata", i caratteri di una capitale musulmana; a Mostar, dei serbi (che, sembra, se ne sono andati a seguito di accordi sottobanco tra esercito serbo e milizie croate), non restano neanche le tracce materiali (la grande cattedrale ortodossa è stata letteralmente rasa al suolo e restano solo poche macerie), mentre le divisioni etniche della città prendono forma nella gara in altezza tra minareti e campanili cattolici, che non si alternano in un regime di compresenza e tolleranza, come nella sarajevo prebellica, ma che diventano anzi dispositivi spaziali di marcatura del territorio; si è già detto delle moschee di Banja Luka e del tentativo di costruire una identità storica della città che sia esclusivamente serba e ortodossa, cancellando secoli di storia e di convivenza tra religioni diverse; si potrebbe scrivere a lungo di Srbrenica, del suo memoriale, che non parla a nessuno, o meglio, forse parla meno dello scheletro del palazzo energoinvest bruciato durante la guerra e che è ancora lì, o della scritta "ratko" che, mi raccontava un mio amico, fa ancora nella mostra di sé e nessuno ha avuto la forza di andare a cancellare.
Ma orientarsi nei labirinti delle memorie balcaniche non è per nulla facile, e qualunque bussola scegli, prima o poi ti porterà in una direzione sbagliata.
Cade oggi l'anniversario della cosiddetta Operazione Tempesta, offensiva militare condotta dalle milizie croate contro i serbi della Krajina, della Banija, della Lika, della Dalmazia del nord. A seguito di questa offensiva, il 5 agosto l'esercito croato occupa la città di Knin e inizia la pulizia etnica dei croati a danno dei serbi.
Il vecchio nome di Knin, quando era sotto il controllo di Venezia, era Tenin; ci visse a lungo anche una minoranza italiana. Dopo la seconda guerra mondiale, la città entrò a far parte del cosiddetto regno indipendente di Croazia, nonostante i numerosi serbi della regione avessero chiesto l'annessione alla Dalmazia italiana, preferita allo stato nazionalista croato. Furono anni di "prove tecniche di odio interetnico" tra croati e serbi (la cui eredità arriverà sino ai '90), con i massacri reciproci di civili serbi da parte di ustascia e civili croati da parte di cetnici.
Sotto la Jugoslavia di Tito, la città entrò a far parte della Repubblica federale di Croazia, ma con una fortissima maggioranza di residenti serbi. Dopo la secessione croata del '91, i serbi della Krajina dichiararono la loro indipendenza dalla neonata repubblica croata e proclamarono la Regione Autonoma Serba della Krajina, con capitale a Knin. Era da Knin che partivano gli attacchi serbi alle coste croate.
Con la caduta della Repubblica della Krajina nel 1995, i croati entrarono a Knin e iniziarono una violentissima campagna di pulizia etnica a danno dei serbi. Si calcola che il numero dei serbi uccisi o dispersi durante l'operazione sia di 1900 civili.
Il 5 agosto, in Croazia, è festa nazionale. Si celebrano le forze armate.
lunedì, luglio 28, 2008
_adriano sofri su karadzic
Le quattro vite di Karadzic macellaio della storia
di Adriano Sofri, da la Repubblica, 24/07/2008Radovan Karadzic era un buffone, la storia, maestra di morte, lo promosse a gran macellaio, ora, a distanza di tredici anni, la cronaca l´ha estratto da un pubblico esercizio di omeopatia da strapazzo e di saggezza orientale. Nel suo sito aveva raccolto, "personalmente", un decalogo di "proverbi cinesi", per esempio "Chi non è capace di accordarsi con i suoi nemici, finisce per esserne dominato", oppure "Non puoi impedire agli uccelli del dolore di volarti sulla testa, ma puoi impedire loro di farsi il nido nei tuoi capelli".
Il dottor Dragan Dabic, è il nome della terza vita di questo miserabile – prima vita da cialtrone, seconda da macellaio all´ingrosso, terza da cialtrone, della quarta stiamo per parlare – non andò lontano a trovarsi i suoi nemici: i vicini di casa, i colleghi di lavoro, la gente di tutti i giorni che lo conosceva e si raccontava le sue avventure boccaccesche, le sue vanità da bellimbusto e le sue poesie d´accatto. Nella seconda vita i riflettori e le telecamere e i flash cominciarono all´improvviso a svolazzare attorno al suo completo di grigio e forfora, e lui non smetteva di sobillare il ciuffo. Nella terza vita, appena interrotta, sulla sua capigliatura di guru e nella sua barba di profeta gli avvoltoi potevano fare il nido.
Il Novecento è il secolo che va da una Sarajevo all´altra. La lunga avventura di quest´uomo ridicolo che le circostanze della storia – la storia! – e complicità e viltà dei grandi della terra promossero al rango fitto dei grossi assassini del Novecento trapassa ora, quando finalmente viene portato su un banco di imputato, nella tentazione della mitizzazione e della minimizzazione. Lo si leggeva già in parecchi commenti del giorno dopo. Quando la malvagità e il sangue esondano, si vuole trovare ai piccoli uomini che l´occasione ha reso grossi assassini una qualche grandezza, un fascino "mefistofelico", una predestinazione.
Andatelo a dire a Sarajevo, ai suoi colleghi di lavoro, ai poeti e agli scrittori di cui quella città è così ricca, alle donne di Srebrenica, che c´era qualcosa di grande in quel grande criminale. E il grottesco impudente narcisismo dell´ultima puntata, il dottor Dabic che compariva nelle televisioni locali a spacciare pillole di valeriana e di sapienza orientale, anche questo suscita l´ammirata incredulità degli osservatori, che lo prendono come un gioco, il bel numero di un illusionista: premessa ai numeri ulteriori che il banco d´imputato all´Aja gli offrirà l´occasione di allestire, come già fin troppo al suo collega belgradese, Vojislav Seselj, a beneficio della propria vanità e dell´orgoglio serbo-bosniaco.
È difficile alle persone "estranee", anche quando una notizia viene accompagnata dall´apposita didascalia – «è responsabile dello sterminio di decine di migliaia di donne e uomini, dell´eccidio quotidiano perpetrato per tre anni dalle alture della sua città contro i concittadini chiusi nella valle come in un recinto di mattatoio, degli stupri di massa programmati per sfogare odio, foia e disprezzo e per impadronirsi del ventre delle donne del nemico, della strage genocida di tutti i maschi di una cittadina proclamata rifugio delle Nazioni Unite» – sentire davvero di che cosa si tratta. «Hanno preso uno di quelli che cercavano da tanto tempo, uno di quelli della ex Jugoslavia, aveva una barba, certi capelli, non sembrava davvero lui, accanto alle vecchie fotografie...». Qualche cronaca più esperta approfondisce la cosa: «Non aveva nemmeno l´accento bosniaco», figurarsi, il vecchio trombone montenegrino...
Non lo trovavano? Neanche un anno fa, il nostro Gigi Riva scriveva sull´Espresso: «Ha una fluente, lunghissima barba. Veste con la tunica dei monaci ortodossi. Talvolta porta dei sandali ai piedi». L´hanno trovato, bastava dare un´occhiata nei monasteri ortodossi, è bastato dare un´occhiata sull´autobus. Dunque i telegiornali hanno mandato le immagini di Belgrado, con qualche pattuglia di fascio-serbisti impegnati a tirar sassate e appiccare un paio di roghi per protestare contro l´arresto, e, simmetricamente, le immagini di Sarajevo, con i cortei di auto e clacson e i ragazzi seminudi a festeggiare come per una vittoria calcistica. Tutto doppio, tutto simmetrico: il Karadzic di ieri e quello di oggi, i manifestanti di Belgrado e quelli di Sarajevo, l´America che loda la cattura e la consegna all´Aja, la Russia che obietta e chiede la chiusura del tribunale dell´Aja – non si sa mai, dovesse venire il giorno della Cecenia.
Tutto doppio: la fotografia dell´Eichmann del 1942, "così giovane, un ragazzo", e quella, "così stempiata", dell´Eichmann del 1960. (Quattordici anni dopo Norimberga: Karadzic stava per battere il record, è ancora in corsa Mladic, il macellaio in divisa). Ce ne volle di tempo per cominciare a capire chi fosse, chi fosse stato, quell´Eichmann, e ci si scandalizzò quando nel resoconto del processo di Gerusalemme Hannah Arendt nominò la banalità del male. Di fronte alla pazzia furiosa e sanguinaria del 1992-1995, come accontentarsi del dottor Dragan Dabic? Lo si promuoverà – seduttore, diabolico – o lo si ridurrà alla curiosità quotidiana – come ha fatto a travestirsi in quel modo?... Eppure assistiamo ogni giorno allo spettacolo della piccineria e del ridicolo che conquista il potere – "una farsa", ha detto bene il dottor Dabic.
A Sarajevo non c´era festa come quando si vince la partita: quelle erano immagini di bocca buona. A Sarajevo si conosce la meschinità dell´uomo e l´enormità del male.
Tredici anni non bastano nemmeno a dare una patina di oblio al lutto e alla disperazione di 43 mesi, di mille e trecento notti. «La morte è un capomastro serbo», scrisse uno scrittore vero, Marko Vesovic, calcando Paul Celan. La morte mieteva all´ingrosso e al minuto sulla città assediata, affare di granate e di bombe d´aereo, migliaia in un giorno, o di cecchini divertiti dalla gara al bersaglio più ambito – i bambini, più piccoli, punteggio più alto. Tutti i giardini della città assediata erano diventati cimiteri, nei cimiteri i morti giovani sorpassavano i vecchi, i professori bruciavano i libri per scaldarsi un po´ e tutti facevano la fame e le signore badavano a indossare almeno una biancheria intima decorosa, prima di uscire, per il caso di essere colpite e soccorse.
In questi giorni Mihaela Secrieru, di ritorno dall´11 luglio di Srebrenica, dove ancora in decine di migliaia si sono radunate a ricordare e dare sepoltura ai corpi esumati dell´anno, mi ha mostrato una quantità di immagini della nuova vita di Sarajevo. Mi hanno colpito soprattutto le chiome degli alberi, dei pioppi cipressini che svettano in gara coi minareti di Bascarsija: che si fossero restaurati i minareti me lo aspettavo, che i pioppi avessero risuscitato le loro fronde verdi sui moncherini mutilati dalla pioggia di granate, questo mi ha commosso di più.
È troppo facile figurarsi che cosa sia successo dentro i corpi e le anime dei sarajevesi. "Festeggiato"? Certo, hanno salutato la cattura di Karadzic come un pezzo di ciò che è giusto, che deve essere, che doveva essere da tanto tempo. Ma quella notizia arrivata nella notte da Belgrado (notizia di riscatto per Belgrado) ha grattato via la leggera vernice di normalità, gran traffico d´auto, bentornato inquinamento, ragazze dalle gambe lunghe e dalle gonne corte, e malavita e droga da tempo di pace, la vita, insomma, e ha restituito alla memoria di ciascuno le notti di allora, le notti ubriache dei boia di Pale e le notti di coprifuoco senza luce né sonno della gente di sotto, ammazzata dentro le sue stesse case, umiliata nei suoi stessi sogni.
Quella gente ha visto per anni, mentre faceva la fame e tremava di freddo e seppelliva i suoi, lo psichiatra ciarlatano che si passava la mano nella cresta di capelli e la concedeva ai grandi della terra, ai presidenti dell´Europa (Mitterrand!), ai capi delle Nazioni Unite. E a Pale e a Ginevra i giornalisti e le telecamere facevano la coda per sentirlo: privilegio della modernità, al tempo del ghetto di Varsavia e di Auschwitz non era così facile andare a intervistare Eichmann e brindare con lui. Questo dilettante di tutto, della paranoia e della strage, adesso andrà all´Aja. Magari è libera la cella che toccò a Milosevic.
All´Aja è interdetta la pena di morte. Tutto il resto gli è dovuto.
martedì, luglio 22, 2008
lunedì, luglio 21, 2008
_breaking news: Karadžić arrested
il lancio di BetaNews è di qualche minuto fa, ne riporto la traduzione inglese offerta da B92:
Radovan Karadžić arrested
21 July 2008 | 23:30 | Source: Beta
BELGRADE -- Hague Tribunal's war crimes indictee Radovan Karadžić has been arrested, Beta news agency reports.
According to the agency, the announcement came this evening from Serbia's Council for National Security.
The raid was conducted by the Serbian security forces and the war-time leader of the Bosnian Serbs has been taken to a judge with the War Crimes Court in Belgrade.
However, the location and time of Karadžić's arrest, as well as other details remain unknown at this point.





