sabato, gennaio 17, 2009

_rocky a belgrado


a proposito di memorie bizzarre e bizzarri memoriali: forse non tutti sanno che, un paio d'anni fa, a 60 km da belgrado (a zitiste, per essere precisi), hanno deciso di dedicare un monumento a rocky, eroe della fortunata e omonima serie di film. la statua di bruce lee a mostar non bastava evidentemente...
in realtà, i due monumenti sembrano avere significati e ragioni molto diverse: tanto ironica e dissacratoria era stata la scelta degli animatori del circolo culturale abrasevic di mostar di scegliere un simbolo comune forse improbabile ma perlomeno condiviso e condivisibile, tanto kitsch pare questa statua di rocky...

lunedì, gennaio 12, 2009

_piccoli nazionalismi postmoderni

scrive andrzej stasiuk, sull'ultimo numero dell'Espresso:
L'indipendenza dei piccoli paesi non vale molto. La accettiamo usando concetti da museo, del genere dei "diritti dei popoli all'autodeterminazione". Ma fra poco saranno i popoli stessi a venir chiamati in vita a seconda delle necessità del business o della politica. Nel mondo postmoderno, in cui tutto può essere oggetto di discussione e negoziazione, l'appartenenza nazionale diventerà una delle tante identità, uno dei tanti stili di vita. Chissà, forse avremo a che fare con i creatori di appartenenze nazionali, così come oggi abbiamo a che fare con i creatori di moda. Nulla sta ad impedire che si versi sangue o si sacrifichi la vita per queste nuove nazionalità. I tifosi delle squadre di calcio si dichiarano guerra, muoiono e uccidono i loro eroi caduti
interessante questa idea di nazionalità come stile di vita, e bella la sua lettura postmoderna - post-fine-grandi-narrazioni - di nazioni come paraventi di interessi transnazionali; tutte le vicende dei balcani degli ultimi 20 anni sono state lette da molti in questa chiave, ma perché dice "avremo a che fare con i creatori di appartenenze nazionali"? Avremo? in futuro? è davvero questa solo una deriva postmoderna dell'idea di nazione? o si trattava forse di qualcosa che l'idea di nazione ha sempre nascosto - dai nazionalismi ottocenteschi - in sé? (o forse è la mia obiezione a ricadere in una prospettiva ingenuamente marxista?)
Intanto, su osservatorio, ascoltate questa bella intervista a sergio romano sul kosovo e le sue riflessioni sulla trasformazione del valore del concetto di sovranità all'interno della comunità internazionale.

sabato, novembre 22, 2008

_la vijecnica non sarà più una biblioteca

come vi avevo già annunciato, sono iniziati i lavori di ricostruzione della Vijecnica a Sarajevo, ma a quanto pare le autorità hanno deciso di cambiare la destinazione d'uso dei locali: non sarà più sede della biblioteca nazionale, ma solo di uffici amministrativi. una altro simbolo della sarajevo prebellica che "si affievolisce", che perde la sua forza semiotica?
maggiori dettagli qui.

lunedì, novembre 17, 2008

_ljubljana again

il 27-29 novembre sarò di nuovo a lubiana per intervenire ad un convegno sul tema Changing places, borders, memories. Ecco il programma.

giovedì, ottobre 16, 2008

_rekonstrukcija vijećnice


a quanto pare, a Sarajevo, sono da poco iniziati i lavori di ricostruzione della Vijećnica, la splendida biblioteca nazionale che andò a fuoco nel 1992 sotto le granate serbe e che conteneva tesori di inestimabile valore, come i preziosissimi codici miniati portati in dono alla città dagli ebrei sefarditi in fuga dalla Spagna e accolti dai saraijlje. nella foto, è visibile una impalcatura in corso di montaggio.

non conosco nessun dettaglio del progetto, immagino che si opterà per un restauro stilistico, vista l'importanza simbolica di questo edificio per la città. unica certezza: l'investitore è grad sarajevo, la municipalità della città.

mercoledì, ottobre 08, 2008

_convegno: luoghi e pratiche, 24-25 ottobre, Università di Bologna

La Scuola superiore di studi umanistici dell'Università di Bologna ospiterà, il 24 e il 25 ottobre, un convegno sul tema: Luoghi e pratiche. Costruzione, conservazione e trasformazione dei paesaggi culturali.
Qui trovate l'abstract del mio intervento, intitolato Cantieri della memoria. Trasformazioni urbane e strategie di autorappresentazione nelle città dell'ex Jugoslavia.

domenica, ottobre 05, 2008

_OT, I muri di Baghdad

segnalazione off topic rispetto all'oggetto centrale del blog, ma non rispetto ad uno dei suoi argomenti principali, le città divise, i confini intraurbani: ieri, a Baghdad, è stata rimossa una delle barriere che dividono il quartiere sciita da quello sunnita. Leggete qui per ulteriori informazioni.
Tutti sappiamo che le esigenze belliche ridefiniscono gli spazi urbani, li riterritorializzano, li piegano alle proprie strategie, ma cosa resta di tali riterritorializzazioni quando la guerra finisce? Probabilmente, il rovesciamento del paradigma clausewitziano operato da Foucault - secondo cui è la politica ad essere la continuazione della guerra con altri mezzi, e non viceversa - vale anche per gli spazi urbani, che continuano a recar traccia delle "linee" tracciate dagli strateghi anche dopo che la guerra è finita, e non si tratta solo di una questione di divisioni etniche, ma di risemantizzazioni dello spazio che mettono ben in evidenza come non sia la guerra a piegare la città alle proprie strategie, ma è la configurazione urbana - con i suoi percorsi interni, con le sue reti e con le sue dvisioni - ad essere sempre e comunque risultato delle guerre che hanno prodotto tale ordine. La cosa, ovviamente, è più evidente in città dove gli eventi bellici sono recenti, ma virtualmente ogni città - a ben scavare nell'incoscio urbano - ha un "rimosso bellico" rielaborato in modi diversi, anche le città in cui non si è mai combattuto.

venerdì, settembre 26, 2008

_il violoncellista di sarajevo

da un'intervista a Vedran Smailovitch, diventato famoso come il violoncellista di Sarajevo perché negli anni dell'assedio suonò col suo violoncello l'Adagio di Albinoni sui alcuni dei luoghi dei massacri, tra le macerie ancora fumanti e sporche di sangue (nella foto, tra le rovine della Vijechniza, la Biblioteca nazionale distrutta dall'artiglieria serba):
- Ha mai pensato di tornare a Sarajevo? 
- No. Anche i miei amici sono sparsi per il mondo. Io stesso ho trascorso 49 giorni in un lager, ho troppi brutti ricordi. Se Joan Baez non mi avesse invitato, non ci sarei tornato. Non è più la città di una volta. 
- Perché? 
- La mia Sarajevo non esiste più, sono rimaste solo le case e i palazzi. Le persone che ci vivono sono malate dentro. Basta il suono di una sola granata per cambiarti per sempre la vita e farti perdere la ragione.
(da la Repubblica, 31 luglio 2008, intervista a cura di Stefano Giantin)

venerdì, settembre 19, 2008

_segnalazione: blog

Se vi interessano i temi di questo blog, probabilmente vi interesserà anche quest'altro, curato da Gian Maria Apuzzo. Il blog si chiama Metapolis-Città future e si propone di affrontare il tema della città e del suo futuro guardando anche alle situazioni di crisi urbane (città divise, ad esempio).
Andateci a dare un'occhiata, c'è pure un post dedicato all'urbicidio di Gori.

martedì, agosto 05, 2008

_chi si ricorda di Gavrilo Princip?

A proposito di memorie urbane che cambiano.
Le diverse fortune e le alterne memorie dell'attentato (e dell'attentatore) di Francesco Ferdinando a Sarajevo sono essenziali per capire il tormentato inconscio di questa città. Leggetevi questo post di francesca (puntuale e documentato, come sempre) per capirci qualcosa. 

lunedì, agosto 04, 2008

_l'odio tollerante di sarajevo

Stimolato dalle attente riflessioni di cicciosax a commento del mio post precedente, vorrei provare ad inaugurare un dibattito sulla reale natura del multiculturalismo della Sarajevo pre-bellica (aspetto dunque anche altre opinioni in merito).

Cicciosax si chiede giustamente: se il multiculturalismo di Sarajevo è di natura eminentemente "topografica" (ovvero: diciamo che sarajevo è una città multiculturale solo perchè chiese e moschee stanno vicine e nello stesso quartiere), in cosa essa è diversa, per dire, da Mostar, che indichiamo come esempio di città divisa per lo stessa "ragione topografica" (ci sono chiese e moschee nella stessa città)? Inoltre: è il multiculturalismo la "cifra" culturale di Sarajevo o piuttosto la compresenza di culture diverse costrette a vivere assieme e a tollerarsi sin quando possono (e quando non possono sono guai)?
A riprova della sua tesi, cicciosax cita Andric e il suo celeberrimo Lettera del 1920, che a suo tempo anch'io avevo citato per portare un esempio di una bella descrizione del carattere pluralista della città. Nel brano - che vi invito senz'altro a rileggere - si descrive la Sarajevo notturna attraverso i suoni e i rintocchi provenienti da chiese, minareti, che danno vita ad una sorta di dialogo/scontro a distanza: anche quando si dorme in questa città ci si odia, conclude amaramente Andric. Ma, per essere precisi, nel racconto non è Andric a parlare, o meglio, queste parole sono dall'autore messe in bocca a Max, austriaco ma nato e cresciuto a Sarajevo, nonché caro amico d'adolescenzadel narratore del racconto (il racconto è scritto in prima persona)e suo compagno "di formazione". Dopo averlo perso di vista, il narratore rincontra Max casualmente alla stazione di Bosanski Brod diversi anni dopo e lì, al termine di una conversazione che sembrava doversi concludere banalmente e convenzionalmente, Max gli confida la sua decisione di lasciare la Bosnia. Cosa lo spinge a lasciare la Bosnia? L'odio, risponde bruscamente Max. Il treno sta per partire, i due devono separarsi, non c'è tempo di chiarire. Giorni dopo, il narratore riceve una lettera da Max, in cui questo prova a dire ciò che non ebbe il tempo di spiegare nel loro incontro di qualche giorno prima. Farò qui delle lunghe citazioni, perché credo che il testo meriti. Così scrive Andric/Max:
"La Bosnia è una terra meravigliosa e appassionante, una terra fuori dal comune, per configurazione naturale e per i suoi abitanti. Come il sottosuolo della Bosnia nasconde grandi ricchezze naturali, così l'uomo bosniaco cela senza dubbio in sé grandi qualità morali, più rare che negli abitanti delle altre terre jugoslave. Ma, vedi, c'è qualcosa che la gente della Bosnia, perlomeno quelli della tua specie, dovrebbero riconoscere e non perdere mai di vista: la Bosnia è terra d'odio e di paura. [...] Da voi gli asceti non scoprono l'amore nella propria ascesi, bensì l'odio per i lussuriosi; i sobri odiano coloro che bevono, e in questi ultimi trovi un odio assassino verso il mondo intero. Quelli che professano una fede odiano a morte coloro che non la professano o ne professano una diversa; quelli che amano, odiano coloro che amano altro. [...] Voi siete, in maggioranza, abituati a coltivare tutta la forza dell'odio per ciò che più vi è vicino. Ciò che per voi è sacro, si trova a miglia e miglia di distanza, dentro a fiumi e montagne, mentre ciò che forma l'oggetto del vostro odio e della vostra ripugnanza e proprio lì accanto a voi, nella stessa cittadina, spesso a pochi metri dal muro del vostro cortile. Così il vostro amore non esige molti fatti, mentre il vostro odio passa ai fatti molto facilmente. Anche la terra che vi ha dato i natali, voi l'amate ardentemente, ma in tre-quattro modi diversi che si escludono a vicenda, si odiano a morte e spesso si scontrano".
E infine, il brano più sconcertante nella sua capacità profetica:
"una certa gentilezza falsa e conformista, la tendenza ad ingannare se stessi e gli altri con frasi pompose, o vuoti cerimoniali, contraddistinguono da sempre i circoli della borghesia bosniaca. tutto ciò dissimula alla bell'e meglio l'odio, ma non lo sradica.ho paura che in quei circoli possano sonnecchiare antichi istinti e progetti fratricidi e che essi coveranno sotto la cenere sino a quando non verranno intereamente rifatte le fondamenta della vita materiale e spirituale in Bosnia".
Queste parole andric mette in bocca all'amico austriaco (si noti bene: austriaco, come i dominatori e modernizzatori della bosnia); e alla fine sembra volersi prendere una rivincita sullo straniero che pretende di aver capito tutto, facendolo morire, nel racconto, in una cittadina aragonese, in Spagna, sotto un bombardamento durante la guerra civile (ironia della morte...).
Sarebbe troppo facile però pensare che Andric volesse mettere tali parole in bocca ad un austriaco per prenderne le distanze o per screditarle. Tanto perfetta - e tanto sentita - sembra essere la descrizione antropologica e sociale di questo presunto "carattere" bosniaco, che è difficile pensare che, nei momenti di maggior pessimismo, Andric non la pensasse esattamente come Max l'austriaco. E in tutta l'opera di Andric (anche se in realtà non la conosco proprio tutta) è presente questa continua oscillazione tra un sentimento positivo della convivenza e la certezza della presenza di un odio inestirpabile.
Di questo odio atavico, le tracce, nella Bosnia di oggi, sono ancora, forse più che mai, presenti: esso emerge da tutti i discorsi, dalle chiacchiere da kafana agli articoli di giornale.
E Sarajevo? davvero la sua presunta multiculturalità è solo un effetto di senso topografico, generato dalla semplice prossimità fisica delle diverse etnie? In parte sì, in parte no, come in tutta la Bosnia. Descrive bene questi meccanismi Karahasan, nel suo "ritratto interiore di Sarajevo", che racconta le dinamiche urbane della città: da una parte la bascarsia, a valle, il centro culturale, sociale e civile, dove ci si incontra, si fanno affari, si discute, si compra, si passeggia, ma dove non si abita; dalla'altra le mahale, sulle colline tutt'attorno la carsia, tutte raccolte attorno alla dimensione privata del vicinato. Proprio questo termine, vicinato, komsiluk in bosniaco, indica quella peculiare dimensione di continuo "scambio" con l'altro, che diventa controprova della propria identità (riporto con parole mie il concetto di karahasan).
Il fatto è che multiculturalismo, in bosnia, vuol dire soprattutto tolleranza, convivenza, secondo un modello probabilmente senza precedenti in tutta la storia recente. Forse un piccolo precedente, in effetti, c'è, ed è la Palermo dal nono al dodicesimo secolo, prima araba e poi normanna, in cui non ci fu mai assimilazione totale (in periodo arabo nei confronti delle culture presenti), né repressione (in periodo normanno nei confronti dei musulmani), ma una tolleranza virtuosa e prolifica in termini di sviluppo culturale e civile (un grande estimatore della palermo di quegli anni fu com'è noto Sciascia, che rivalutò fortemente l'impulso culturale di matrice araba in Sicilia). Non è un caso se prendo l'esempio di palermo: se per i siciliani decisiva fu la dominazione musulmana, anche per i bosniaci fu il periodo musulmano, come afferma Maria Todorova, quello che gli impresse il carattere più profondo. Solo che l'islam balcanico venne dall'impero ottomano, che però esportò un'idea di tolleranza che non cercò mai l'assimilazione né la coesione sociale: i diversi gruppi etnici bosniaci, a causa di ciò, formano quella che in semiotica chiameremmo totalità partitiva.
Da una parte, dunque, è innegabile che Sarajevo è stata da sempre pervasa da un grande senso di tolleranza; l'esempio classico è quello degli ebrei sefarditi, scacciati dalla cattolicissima Spagna e accolti a Sarajevo, ove portarono testi rari e preziosi e si integrarono, seppur non numerosissimi, nella vita civile dell'avamposto ottomano. Né vale la pena di ripetere la solita tiritera che prima della guerra nessuno sapeva del proprio vicino se era musulmano cattolico o ortodosso (che, a dirla tutta, c'era un regime con le orecchie dritte a reprimere ogni discorso del genere), né parlare della vita culturale della città, animata tra le varie istituzioni anche dall'associazione serba prosvjeta. Ma per dimostrare la multiculturalità e la tolleranza dei sarajlije basterebbe ricordare le giornate di Valter, organizzate, pochi giorni prima dell'inizio dell'assedio, spontaneamente, dai cittadini per difendere i valori civili della città unità contro i nazionalismi e finite nel sangue sotto il tiro inaspettato dei cecchini serbi appostati sull'holiday inn (a proposito, ricordate, la prima vittima non fu un berretto verde musulmano, ma una manifestante, una ragazza croata). Inaspettate, sì, perché tutti si rifiutavano di credere che ciò che era successo in Slovenia e Croazia potesse ripetersi proprio lì, nella "jugoslavissima" Bosnia. In fondo quelli che puntavano i loro cannoni dalle alture di Pofalici, del Trebevic e degli altri monti vicini erano quelli dell'Jna, dell'esercito Jugoslavo, che stavano lì per proteggerli... E anche quelli che avevano capito, facevano finta di niente, un po' perché a tenere la bocca chiusa non rischiavano di fare una brutta fine, un po' perché no, tutto ciò non poteva succedere nella città di Valter...
Dall'altra parte, in un altro senso, questa tolleranza e questo spirito di convivenza sembrano possedere, a Sarajevo, una natura del tutto peculiare, e sembrano incapaci di annullare le tensioni, di risolvere le tensioni. Anzi, è un castello di tensioni in equilibrio. Come in tutte le storie, i castelli prima o poi crollano: cos'è che ha fatto crollare (e farebbe crollare) il castello bosniaco della convivenza?
Forse un'altra citazione, rilasciata da Ejup Ganic, futuro ex presidente della FBiH, poco prima dello scoppio delle ostilità, potrà chiarire come il valore civico della convivenza sembrasse radicato a Sarajevo:
"Questa è la Bosnia. Tre diverse opinioni sulla stessa cosa, opinioni diverse, sulle quali non è possibile mettersi d'accordo, e che tuttavia sei costretto ad osservare sorseggiando il caffé. Il buon caffé bosniaco, questa calda, nera bevanda assicura la salvezza di questa repubblica. Non voglio neanche pensare a quando non sarà più possibile prendere assieme il caffé"
Ma Ganic si sbagliava, e negli anni successivi, a Sarajevo, non solo non sarebbe stato più possibile prendere il caffé con quelli che non la pensavano come te, era il caffé che non c'era più, c'era l'assedio...
Eppure, nonostante tutto, l'anima della Bosnia stava tutta in questa convivenza instabile, e la guerra ha fatto perdere alla Bosnia la sua anima. La migliore espressione della priorità dei valori civici e urbani me l'ha data l'anziano signore che si occupava della manutenzione di casa mia a Sarajevo: "sai io sono serbo, mi dice, sono ortodosso, ma sono amico di Senad [il padrone di casa], anche se lui è musulmano. Siamo amici da sempre, e abbiamo combattuto assieme". "Tu hai combattuto assieme ai musulmani?", faccio io. "Assieme ai musulmani? io ho combattuto assieme a tutti quelli che hanno difeso questa città. Se loro mi sparano, se sparano alla mia città, io rispondo, non sono serbi, sono bestie".
Infine, se vogliamo provare a rovesciare l'ipotesi "topografica": ma non è proprio la conformazione urbanistica e topografica della città a mostrarci il carattere autentico di tale difficile secolare convivenza? il fatto, ad esempio, che a Sarajevo non ci sia mai stato un ghetto, nonostante la presenza di minoranze (altra cosa era il quartiere latino dei croati o le mahale, il cui principio aggregatore, come abbiamo visto, non era tuttavia la religione, ma il komsiluk); il fatto che lo spazio centrale della città fosse uno spazio di confronto e di scontro civile con l'altro, uno spazio di traduzione, di "conversione", di rappresentazione della differenza, questo fa di Sarajevo una città unica.
E Mostar? Perché lì il discorso è completamente diverso? Perché a Mostar non c'è "compresenza", ma "concorrenza" di simboli, non c'è una carsia comune in cui incontrarsi e prendere un caffé. C'era una volta, ed era il ponte ed il suo kijundziluk. L'hanno ricostruito e restaurato, ma chi vive nella parte croata non va da quelle parti neanche nei suoi sogni più sfrenati. 
Ma Mostar la rimando al prossimo post, così posso correggere alcune delle ipotesi iniziali che avevo fatto in un vecchio post prima di visitare la città...
A proposito, per concludere restando in tema (il tema del blog): a Visegrad, vicino al ponte sulla Drina protagonista di uno dei suoi romanzi (e forse chiave di volta di tutta la bosnia), c'era una statua di Ivo Andric: è stata distrutta.

_13 anni fa l'Operazione Tempesta

Per capire bene le trasformazioni dei "balkan scapes" dopo le guerre, bisogna guardare alle trasformazioni demografiche e alle nuove geografie umane causate o imposte dagli eventi bellici: così Sarajevo, da città multietnica e multiculturale, dopo quattro anni di assedio ad opera delle milizie serbe, è oggi abitata quasi esclusivamente da bosniaci, mentre serbi, croati, ebrei sono quasi tutti scappati via; Mostar, da città "laboratorio-sociale", con il più alto tasso di matrimoni misti e di cittadini che si dichiaravano jugoslavi (per sfuggire alle logiche etniche o perché nati da coppie "miste"), ora è divisa (letteralmente) tra croati e bosniaci; Banja Luka, sede del pashaluk bosniaco durante la dominazione ottomana, con le sue bellissime moschee, tutte distrutte nel periodo 1992-1995 (compresa l'antichissima moschea Ferhandia, XV sec, già patrimonio Unesco), è ora abitata esclusivamente da serbi; Srebrenica è diventata il simbolo delle strategie di pulizia etnica dei nazionalisti serbi e, da cittadina a maggioranza musulmana, si è trasformata in una città a maggioranza serba.
Le terribili vicende di diaspora e pulizia etnica sono "leggibili" nei paesaggi urbani di queste città, ed è per questo che ritengo utile e interessante studiare le città, perché esse ci parlano di chi ci vive, ci parlano delle trasformazioni delle identità di questi popoli: le nuove "forme urbane" di queste città sono specchio delle nuove identità.
Sarajevo, il cui carattere multiculturale si manifesta anche nella struttura urbanistica, o nel fatto, per esempio, che nel raggio di neanche 500 metri si alternano chiese cattoliche, chiese ortodosse, sinagoghe, moschee, chiese evangeliste (già, anche chiese evangeliste), sta assumendo sempre più, attraverso l'edificazione di gigantesche moschee o attraverso interventi di ricostruzione "mirata", i caratteri di una capitale musulmana; a Mostar, dei serbi (che, sembra, se ne sono andati a seguito di accordi sottobanco tra esercito serbo e milizie croate), non restano neanche le tracce materiali (la grande cattedrale ortodossa è stata letteralmente rasa al suolo e restano solo poche macerie), mentre le divisioni etniche della città prendono forma nella gara in altezza tra minareti e campanili cattolici, che non si alternano in un regime di compresenza e tolleranza, come nella sarajevo prebellica, ma che diventano anzi dispositivi spaziali di marcatura del territorio; si è già detto delle moschee di Banja Luka e del tentativo di costruire una identità storica della città che sia esclusivamente serba e ortodossa, cancellando secoli di storia e di convivenza tra religioni diverse; si potrebbe scrivere a lungo di Srbrenica, del suo memoriale, che non parla a nessuno, o meglio, forse parla meno dello scheletro del palazzo energoinvest bruciato durante la guerra e che è ancora lì, o della scritta "ratko" che, mi raccontava un mio amico, fa ancora nella mostra di sé e nessuno ha avuto la forza di andare a cancellare.

Ma orientarsi nei labirinti delle memorie balcaniche non è per nulla facile, e qualunque bussola scegli, prima o poi ti porterà in una direzione sbagliata.

Cade oggi l'anniversario della cosiddetta Operazione Tempesta, offensiva militare condotta dalle milizie croate contro i serbi della Krajina, della Banija, della Lika, della Dalmazia del nord. A seguito di questa offensiva, il 5 agosto l'esercito croato occupa la città di Knin e inizia la pulizia etnica dei croati a danno dei serbi.

Il vecchio nome di Knin, quando era sotto il controllo di Venezia, era Tenin; ci visse a lungo anche una minoranza italiana. Dopo la seconda guerra mondiale, la città entrò a far parte del cosiddetto regno indipendente di Croazia, nonostante i numerosi serbi della regione avessero chiesto l'annessione alla Dalmazia italiana, preferita allo stato nazionalista croato. Furono anni di "prove tecniche di odio interetnico" tra croati e serbi (la cui eredità arriverà sino ai '90), con i massacri reciproci di civili serbi da parte di ustascia e civili croati da parte di cetnici.

Sotto la Jugoslavia di Tito, la città entrò a far parte della Repubblica federale di Croazia, ma con una fortissima maggioranza di residenti serbi. Dopo la secessione croata del '91, i serbi della Krajina dichiararono la loro indipendenza dalla neonata repubblica croata e proclamarono la Regione Autonoma Serba della Krajina, con capitale a Knin. Era da Knin che partivano gli attacchi serbi alle coste croate.
Con la caduta della Repubblica della Krajina nel 1995, i croati entrarono a Knin e iniziarono una violentissima campagna di pulizia etnica a danno dei serbi. Si calcola che il numero dei serbi uccisi o dispersi durante l'operazione sia di 1900 civili.


Il 5 agosto, in Croazia, è festa nazionale. Si celebrano le forze armate.

lunedì, luglio 28, 2008

_adriano sofri su karadzic

Le quattro vite di Karadzic macellaio della storia
di Adriano Sofri, da la Repubblica, 24/07/2008

Radovan Karadzic era un buffone, la storia, maestra di morte, lo promosse a gran macellaio, ora, a distanza di tredici anni, la cronaca l´ha estratto da un pubblico esercizio di omeopatia da strapazzo e di saggezza orientale. Nel suo sito aveva raccolto, "personalmente", un decalogo di "proverbi cinesi", per esempio "Chi non è capace di accordarsi con i suoi nemici, finisce per esserne dominato", oppure "Non puoi impedire agli uccelli del dolore di volarti sulla testa, ma puoi impedire loro di farsi il nido nei tuoi capelli".
Il dottor Dragan Dabic, è il nome della terza vita di questo miserabile – prima vita da cialtrone, seconda da macellaio all´ingrosso, terza da cialtrone, della quarta stiamo per parlare – non andò lontano a trovarsi i suoi nemici: i vicini di casa, i colleghi di lavoro, la gente di tutti i giorni che lo conosceva e si raccontava le sue avventure boccaccesche, le sue vanità da bellimbusto e le sue poesie d´accatto. Nella seconda vita i riflettori e le telecamere e i flash cominciarono all´improvviso a svolazzare attorno al suo completo di grigio e forfora, e lui non smetteva di sobillare il ciuffo. Nella terza vita, appena interrotta, sulla sua capigliatura di guru e nella sua barba di profeta gli avvoltoi potevano fare il nido.
Il Novecento è il secolo che va da una Sarajevo all´altra. La lunga avventura di quest´uomo ridicolo che le circostanze della storia – la storia! – e complicità e viltà dei grandi della terra promossero al rango fitto dei grossi assassini del Novecento trapassa ora, quando finalmente viene portato su un banco di imputato, nella tentazione della mitizzazione e della minimizzazione. Lo si leggeva già in parecchi commenti del giorno dopo. Quando la malvagità e il sangue esondano, si vuole trovare ai piccoli uomini che l´occasione ha reso grossi assassini una qualche grandezza, un fascino "mefistofelico", una predestinazione.
Andatelo a dire a Sarajevo, ai suoi colleghi di lavoro, ai poeti e agli scrittori di cui quella città è così ricca, alle donne di Srebrenica, che c´era qualcosa di grande in quel grande criminale. E il grottesco impudente narcisismo dell´ultima puntata, il dottor Dabic che compariva nelle televisioni locali a spacciare pillole di valeriana e di sapienza orientale, anche questo suscita l´ammirata incredulità degli osservatori, che lo prendono come un gioco, il bel numero di un illusionista: premessa ai numeri ulteriori che il banco d´imputato all´Aja gli offrirà l´occasione di allestire, come già fin troppo al suo collega belgradese, Vojislav Seselj, a beneficio della propria vanità e dell´orgoglio serbo-bosniaco.
È difficile alle persone "estranee", anche quando una notizia viene accompagnata dall´apposita didascalia – «è responsabile dello sterminio di decine di migliaia di donne e uomini, dell´eccidio quotidiano perpetrato per tre anni dalle alture della sua città contro i concittadini chiusi nella valle come in un recinto di mattatoio, degli stupri di massa programmati per sfogare odio, foia e disprezzo e per impadronirsi del ventre delle donne del nemico, della strage genocida di tutti i maschi di una cittadina proclamata rifugio delle Nazioni Unite» – sentire davvero di che cosa si tratta. «Hanno preso uno di quelli che cercavano da tanto tempo, uno di quelli della ex Jugoslavia, aveva una barba, certi capelli, non sembrava davvero lui, accanto alle vecchie fotografie...». Qualche cronaca più esperta approfondisce la cosa: «Non aveva nemmeno l´accento bosniaco», figurarsi, il vecchio trombone montenegrino...
Non lo trovavano? Neanche un anno fa, il nostro Gigi Riva scriveva sull´Espresso: «Ha una fluente, lunghissima barba. Veste con la tunica dei monaci ortodossi. Talvolta porta dei sandali ai piedi». L´hanno trovato, bastava dare un´occhiata nei monasteri ortodossi, è bastato dare un´occhiata sull´autobus. Dunque i telegiornali hanno mandato le immagini di Belgrado, con qualche pattuglia di fascio-serbisti impegnati a tirar sassate e appiccare un paio di roghi per protestare contro l´arresto, e, simmetricamente, le immagini di Sarajevo, con i cortei di auto e clacson e i ragazzi seminudi a festeggiare come per una vittoria calcistica. Tutto doppio, tutto simmetrico: il Karadzic di ieri e quello di oggi, i manifestanti di Belgrado e quelli di Sarajevo, l´America che loda la cattura e la consegna all´Aja, la Russia che obietta e chiede la chiusura del tribunale dell´Aja – non si sa mai, dovesse venire il giorno della Cecenia.
Tutto doppio: la fotografia dell´Eichmann del 1942, "così giovane, un ragazzo", e quella, "così stempiata", dell´Eichmann del 1960. (Quattordici anni dopo Norimberga: Karadzic stava per battere il record, è ancora in corsa Mladic, il macellaio in divisa). Ce ne volle di tempo per cominciare a capire chi fosse, chi fosse stato, quell´Eichmann, e ci si scandalizzò quando nel resoconto del processo di Gerusalemme Hannah Arendt nominò la banalità del male. Di fronte alla pazzia furiosa e sanguinaria del 1992-1995, come accontentarsi del dottor Dragan Dabic? Lo si promuoverà – seduttore, diabolico – o lo si ridurrà alla curiosità quotidiana – come ha fatto a travestirsi in quel modo?... Eppure assistiamo ogni giorno allo spettacolo della piccineria e del ridicolo che conquista il potere – "una farsa", ha detto bene il dottor Dabic.
A Sarajevo non c´era festa come quando si vince la partita: quelle erano immagini di bocca buona. A Sarajevo si conosce la meschinità dell´uomo e l´enormità del male.
Tredici anni non bastano nemmeno a dare una patina di oblio al lutto e alla disperazione di 43 mesi, di mille e trecento notti. «La morte è un capomastro serbo», scrisse uno scrittore vero, Marko Vesovic, calcando Paul Celan. La morte mieteva all´ingrosso e al minuto sulla città assediata, affare di granate e di bombe d´aereo, migliaia in un giorno, o di cecchini divertiti dalla gara al bersaglio più ambito – i bambini, più piccoli, punteggio più alto. Tutti i giardini della città assediata erano diventati cimiteri, nei cimiteri i morti giovani sorpassavano i vecchi, i professori bruciavano i libri per scaldarsi un po´ e tutti facevano la fame e le signore badavano a indossare almeno una biancheria intima decorosa, prima di uscire, per il caso di essere colpite e soccorse.
In questi giorni Mihaela Secrieru, di ritorno dall´11 luglio di Srebrenica, dove ancora in decine di migliaia si sono radunate a ricordare e dare sepoltura ai corpi esumati dell´anno, mi ha mostrato una quantità di immagini della nuova vita di Sarajevo. Mi hanno colpito soprattutto le chiome degli alberi, dei pioppi cipressini che svettano in gara coi minareti di Bascarsija: che si fossero restaurati i minareti me lo aspettavo, che i pioppi avessero risuscitato le loro fronde verdi sui moncherini mutilati dalla pioggia di granate, questo mi ha commosso di più.
È troppo facile figurarsi che cosa sia successo dentro i corpi e le anime dei sarajevesi. "Festeggiato"? Certo, hanno salutato la cattura di Karadzic come un pezzo di ciò che è giusto, che deve essere, che doveva essere da tanto tempo. Ma quella notizia arrivata nella notte da Belgrado (notizia di riscatto per Belgrado) ha grattato via la leggera vernice di normalità, gran traffico d´auto, bentornato inquinamento, ragazze dalle gambe lunghe e dalle gonne corte, e malavita e droga da tempo di pace, la vita, insomma, e ha restituito alla memoria di ciascuno le notti di allora, le notti ubriache dei boia di Pale e le notti di coprifuoco senza luce né sonno della gente di sotto, ammazzata dentro le sue stesse case, umiliata nei suoi stessi sogni.
Quella gente ha visto per anni, mentre faceva la fame e tremava di freddo e seppelliva i suoi, lo psichiatra ciarlatano che si passava la mano nella cresta di capelli e la concedeva ai grandi della terra, ai presidenti dell´Europa (Mitterrand!), ai capi delle Nazioni Unite. E a Pale e a Ginevra i giornalisti e le telecamere facevano la coda per sentirlo: privilegio della modernità, al tempo del ghetto di Varsavia e di Auschwitz non era così facile andare a intervistare Eichmann e brindare con lui. Questo dilettante di tutto, della paranoia e della strage, adesso andrà all´Aja. Magari è libera la cella che toccò a Milosevic.
All´Aja è interdetta la pena di morte. Tutto il resto gli è dovuto.

lunedì, luglio 21, 2008

_breaking news: Karadžić arrested

il lancio di BetaNews è di qualche minuto fa, ne riporto la traduzione inglese offerta da B92:

Radovan Karadžić arrested
21 July 2008 | 23:30 | Source: Beta

BELGRADE -- Hague Tribunal's war crimes indictee Radovan Karadžić has been arrested, Beta news agency reports.

According to the agency, the announcement came this evening from Serbia's Council for National Security.

The raid was conducted by the Serbian security forces and the war-time leader of the Bosnian Serbs has been taken to a judge with the War Crimes Court in Belgrade.

However, the location and time of Karadžić's arrest, as well as other details remain unknown at this point.

giovedì, luglio 03, 2008

_balkan_scapes 2.0

gli aggiornamenti - in questo blog - si sono fatti, causa impegni vari, sempre più rari, ma prometto che proverò ad essere più assiduo nei prossimi giorni. intanto vi metto qui il link al mio account di flickr, così vi beccate in anteprima alcune (per ora pochine, in verità) foto di scorci (ex)jugoslavi...

lunedì, giugno 09, 2008

_ljubljana


non c'entra niente con la mia ricerca, ma, giusto pour la petite histoire, mi sembra doveroso farvi sapere che sono a Ljubljana, ultima tappa prima del rientro.

sabato, giugno 07, 2008

_zagreb


ed eccomi a Zagabria, penultima tappa del mio faticoso rientro in italia. in effetti, qui non c'è molto da dire per la mia ricerca, in quanto la città, a parte qualche piccolo episodio e qualche danno trascurabile, non è stata travolta direttamente da grossi attacchi bellici.
Sarebbe interessante tuttavia provare a studiare come la retorica nazionalistica e il processo di costruzione dell'identità storica della Croazia abbia prodotto - qui come a Belgrado, per esempio - significativi mutamenti nella forma urbana. Sia qui che a Belgrado (e in altre città dei Balcani) si potrebbe dire che il "discorso del nazionalismo" si esprime anche attraverso semiotiche spaziali, riconfigurazioni di ambienti urbani, "reinterpretazioni" dei musei (numerosissimi in questa città, ma con collezioni totalmente nuove, in molti casi).