lunedì, marzo 03, 2008

_il nuovo vecchio ponte di mostar

parlando di ricostruzioni postbelliche in ex-jugoslavia non si può non affrontare il caso di Mostar e del suo famoso ponte, demolito dall'artiglieria croata nel novembre del 1993, ricostruito (tra l'altro da uno studio di Firenze) e riconsegnato alla città e all'umanità nel 2004. Ecco come appariva il ponte in una cartolina del 1930

Queste sono le rovine del ponte dopo il crollo:
Ed ecco come appare oggi, dopo i lavori di ripristino diretti dall'architetto italiano Romeo Manfredo
La distruzione di questo ponte fu un gravissimo colpo per il morale non solo dei bosniaci ma di tutti quanti stavano vivendo l'esasperazione di una guerra che sarebbe riduttivo definire solo "civile", ma che delle guerre civili aveva acquistato i tratti più truci. Ci fu addirittura chi fece notare, forse un po' troppo causticamente, che, mentre negli stessi giorni venivano diffuse le atroci immagini del massacro di Stupni Dol, operato dai croati nei confronti degli abitanti del villaggio musulmano, pochi piansero per le tante vittime innocenti della strage ma tutti piansero per il ponte. 
Può sembrare insensato, fin crudele, piangere per delle pietre più che per delle vite umane, e senza dubbio, in fondo, lo è; nessuna cappella sistina al mondo vale una sola vita umana. Ma è anche vero che, se di fronte ai sentimenti di apatia, di fatalismo, quasi di indifferenza, che una guerra che pare interminabile può generare in quelli che vi si trovano loro malgrado in mezzo, può risultare quasi comprensibile la difficoltà di trovare altre lacrime per quegli altri morti, dopo che tante ne sono già state versate e per tanti altri morti, d'altra parte è fin troppo comprensibile la ragione di queste nuove lacrime per le pietre di questo ponte (e se ne parlava con elena in un post di qualche giorno fa): quei morti erano alcuni dei nostri, alcuni di noi; quel ponte era tutti noi.
Fortemente voluto da Solimano il Magnifico, venne realizzato nel 1556, in nove anni, dal geniale architetto Miram  Hajruddin, il quale, ben consapevole delle difficoltà tecniche di realizzare un ponte di quelle dimensioni con un'unica arcata, e temendo l'ira di Solimano, che gli aveva promesso la morte in caso di crollo, preparò il suo stesso funerale per il giorno in cui sarebbero state tolte le impalcature. Il ponte non crollò, e per secoli rappresento il simbolo della convivenza tra etnie diverse, cattoliche/croate, musulmane/bosniache, ortodosse/serbe. Quel ponte fu, per secoli, la vera e più autentica porta verso l'Oriente, come ci spiega Rumiz in un articolo che coglie la più profonda essenza di quello che non è solo un ponte, o che, meglio, del ponte, inteso come tecnologia di costruzione, riesce ad assumere tutte le più profonde valenze e implicazioni. 
Giustamente, di fronte al lutto per la perdita di un simbolo così importante, si pensa che la cosa più giusta da fare sia ricostruirlo com'era e dov'era, per restituirlo a tutti, musulmani, croati, serbi, all'umanità intera.
Ma quel ponte, che per secoli ha unito i quartieri croati a quelli musulmani della città, che per secoli è stato luogo di transito, di passaggio, di comunicazione (di traduzione, per riprendere quanto dicevamo prima a proposito dei confini), ora sembra aver incorporato un'invisivile barriera. Da soglia tra due anime della città, così dicono in tanti, esso sembra ora essere un limite invalicabile, e mentre prima si transitava senza nessun problema da un quartiere all'altro, negli anni successivi alla guerra sembrava che ognuno preferisse restarsene rintanato nel suo quartiere.
Rumiz, nel suo bellissimo racconto, ci dice del silenzio irreale che avvolse la città nei momenti immediatamente successivi al crollo: il ponte non c'era più, ma la sua anima sembrava essere ancora lì, e il silenzio era l'unico modo per salutarla; ciò che manca a questo nuovo ponte, continua Rumiz, è proprio quell'anima, perduta per sempre.
La poesia del racconto di Rumiz inevitabilmente mi porta a riflettere, da un ben più prosaico punto di vista semiotico, su quello che è il cuore stesso della mia ricerca: perché, anche di fronte ad un tentativo estremo di conservare quelli che vengono frettolosamente chiamati i segni della memoria, anche di fronte ad un ripristino integrale e filologicamente fedele (il progetto è stato in effetti realizzato a regola d'arte e si può parlare a tutti gli effetti di una ricostruzione à l'identique, con tutti i limiti connessi a questo tipo di interventi), la memoria condivisa, il "senso comune" di quel luogo è definitivamente mutato? Qualche idea ce l'ho, ma ora temo di essermi dilungato troppo, quindi ne parlerò in un altro post. Promesso.

13 commenti:

cicciosax ha detto...

Caro Francesco, per rispondere alla tua domanda finale, la risposta è ovviamente si. Quello che è successo è che adesso il ponte è diventato un simbolo etnico musulmano che viene prevedibilmente rifiutato dai cattolici, i quali hanno eretto una gigantesca croce a fronteggiarlo: http://www.flickr.com/photos/kden604/303589794/.
Una cosa interessante è che proprio a partire da questo fallimento, a Mostar è successo l'imprevedibile, ovvero che tutti i gruppi etnici della municipalità hanno finanziato la costruzione di un nuovo monumento, stavolta una statua, dell'attore Bruce Lee. La scultura è rappresentativa pertanto dell'unione di tutti i gruppi etnici, ed infatti la statua è stata posta in modo che la posa aggressiva di Bruce Lee non puntasse da nessuna delle due parti del fiume ma guardasse avanti. È un caso clamoroso di come il Kitsch possa essere una delle chiavi per uscire dalla logica del conflitto. Noi ne avevamo scritto (il primo post era apocalittico, il vero valore del lavoro l'ho capito dopo) http://www.myboite.it/burekeaters/?tag=bruce_lee . Spero di esserti stato utile :-)

Francesco Mazzucchelli ha detto...

ciccio, è incredibile, stavo giusto preparando un post sulla statua di bruce lee! a questo punto non posso scriverlo prima d'aver letto il tuo!
sul resto, sì, sono d'accordo con te, sapevo pure della croce e ho letto molte cose che mi confermano quello che mi dici. ho cercato di lasciare più interrogativi aperti che risposte perchè tra un mesetto circa andrò di persona a mostar, a vedere che succede, e siccome è inveitabile partire con tesi preconcette (in fondo anche la mia tesi, quella cheho postato, è "pregiudiziale" visto che si basa solo su cose che ho letto) voglio provare a vedere coi miei occhi, a farmi raccontare da gente che sta lì, cosa succede...
intanto, ti ringrazio del commento, ora andrò a leggermi i tuoi s bruce lee (che tra l'altro, ho saputo, è stato vandalizzato, sarebbe interessante capire perche).
ciao!

cicciosax ha detto...

Io spero di andare u beograd alla design week a presentare una cosa di semiotica delle vetrine, però sarà a maggio :) ci riusciamo a incrociare?

Francesco Mazzucchelli ha detto...

forse sì, io sarò "in giro" da quelle parti sino a fine maggio e forse proprio a belgrado alla fine del mese. speriamo, mi farebbe molto piacere!

SAJKACA ha detto...

Nell'archittetura un ripristino integrale e filologicamente fedele raramente funziona. Le circostanze storiche, la società: tutto cambia, e la stessa cosa, nonostante la buona intenzione (in questo caso uno sforzo dell'occidente),finisce per irritare oppure per stupire. Sopratutto nei Balcani (che sono cosi' coplessi da capire!)
Nominando la statua di Bruce Lee: sarebbe da fare un post sulle altre ossessioni provenienti dall'occidente che hanno rapresentato una vera mania fra tutti i gruppi etnici della Ex-YU - e per cio' riconciglianti: Tropska Vrelina (Tropical Heat) con Nik Sloter e Kasandra Serija (telenovela venezuelana).
Anzi sarebbe un post per Cicciosax....
Francesco, dove ti mando il file sul ministero della difesa(pdf di 2.6MB)?

Francesco Mazzucchelli ha detto...

Sì, è vero; una delle tesi della mia tesi è che il "com'era, dov'era" è una pia illusione, e che semmai di può parlare di "effetto di autenticità" pià o meno riuscito, e il piu o meno riuscito dipende da una serie complessissima di fattori, non solo dalla fedeltà filologica. anche la stessa fedeltà filologica è una chimera, anche in casi in cui abbiamo dettagliatissime informazioni d'archivio (quasi mai è così) non avremo mai un "rilievo 1 a 1" che ci riporta fedelmente ogni elemento dell'edificio che vogliamo restaurare.
ciononostante, a volte il ripristino o la ricostruzione filologica possono rappresentare un'importante risarcimento in caso di danni "catastrofici", di origine naturale o antropica (come la guerra appunto). pensa ai ponti di verona o a quelli di firenze (o a tante altre decine di esempi, ne ho riportati alcuni in quelle slides che ho postato un mese fa): la comunità voleva quel ponte com'era e dov'era, ed era importante rifarlo.

sajkaca, il mio indirizzo è francesco.mazzucchelli[at]gmail.com
grazie mille!

Jadran ha detto...

Premessa: riflessioni semiserie.

Dopo aver letto la frase di Cicciosax "È un caso clamoroso di come il Kitsch possa essere una delle chiavi per uscire dalla logica del conflitto", ho pensato: "a salvare il mondo (o perlomeno i Balcani) non sarà la bellezza, ma il kitsch". E leggendo Sajkaca mi viene l'idea che forse, per superare i conflitti, più che sulla storia e sugli ideali si dovrebbe puntare, paradossalmente, proprio su questa natura baraccona, o meglio "camp", degli slavi del sud.

Per quanto riguarda i casi di riproduzioni "filologiche" architettoniche non riuscite vorrei citare la Fenice di Venezia, che nonostante il lavoro sofferto agli di tutti appare oggi pretenzioso quanto le statuette Biedermeier della nonna.

Francesco Mazzucchelli ha detto...

vero. recentemente ho scritto un articolo in cui confronto i restauri della fenice, di piazza s stefano a bologna e il memoriale di san sabba a trieste (quello dell'ex campo di concentramento), e anche lì ho evidenziato alcuni dei limiti del progetto di ricostruzione del teatro di venezia.
bisogna però capire che la faccenda è molto complessa, il "com'era, dov'era" a volte, anche se kitsch, sembra rispondere ad un preciso desiderio (che è quasi un bisogno) della comunità, che vede nella ricostruzione un risarcimento per ciò che ha perso in maniera traumatica. bisogna infatti distinguere tra i danni prodotti da processi continui (come l'erosione del tempo), e quelli prodotti da processi 'puntuali' di distruzioni causate da origini naturali o antropiche. la ricostruzione deve tenere conto anche di tutti questi fattori, che si sommano a quelli storici, a quelli relativi a cosa si vuole ricordare e come, a quanto scomodo o difficile da rielaborare è il passato ecc.

Francesco Mazzucchelli ha detto...

a proposito di restauri filologici contrastati, andatevi a guardare i dibattiti sulla ricostruzione della cupola della cattedrale di noto

cicciosax ha detto...

Per mettere altra carne al fuoco, considerate la ricostruzione della stari grad di Dubrovnik, è stata fatta à l'identique ma funziona perfettamente, tanto che, il turista si può accorgere del bombardamento serbo soltanto attraverso i libri esposti nelle vetrine delle librerie con le fotografie del periodo. In questo caso, mi sembra, che la ricostruzione abbia per certi versi sanato il vulnus. Qual è la differenza allora fra Mostar e Dubrovnik? Ve la butto qui come provocazione, Dubrovnik è una città etnicamente pulita e le parti del conflitto sono separate fisicamente, a Mostar, quelli che hanno abbattuto il ponte, quanto meno come comunità etnica continuano a vivere in città...

Anonimo ha detto...

complimenti per il blog e per le tue analisi!tantissimi auguri di buona Pasqua(dalla lontana Sicilia!)Michela

Anonimo ha detto...

il ponte di mostar, la cupola della cattedrale di noto, e la fenice di venezia (incendiata da un elettricista che aveva debiti di gioco e non voleva pagare la penale per il ritardo nel completare il proprio lavoro), hanno in comune una "colpa" umana nella causa delle loro distruzioni, sotto forma di guerra, disonestà, incuria (dolosa), forse se non si fossero cancellate completamente le tracce delle distruzioni, sarebbe rimasto un segno, un monito per i posteri, certo che per poter arrivare a tale livello di riflessione e farsì che le popolazioni si riconoscano in esse, bisognerebbe guarire dall'odio interetnico, dalla mafia, dal malgoverno, ecc.(cosa rappresenta meglio della cupola di noto crollata il declino italico?)
d'altronde l'anastilosi è stata adottata come metodo di ricostruzione di molte città centro europee dopo la seconda guerra mondiale, nonostante fossero cambiati i regimi e gli equilibri mondiali.
La statua a bruce lee è una risposta popolare genialmente sarcastica (per me figlia dell'Humor bosniaco), già emulata presso Belgrado, dove quest'estate è stato eretto un monumento a Roky (non Silvester Stallone ma Roky), quasi a sottolineare la carenza di carisma degli attuali leaders politici, specie se confrontati con la passata reggenza...

questo blog raccoglie quasi tutte le mie perversioni monomaniacali, grazie di esistere!
buon lavoro
peppe@hv-a.com

Anonimo ha detto...

complimenti per questo bellissimo blog, che racchiude in se (quasi) tutte le mie perversioni monomaniacali.
il mio drastico punto di vista è che l'anastilosi, quando si tratta di opere distrutte più o meno volontariamente dall'uomo (il ponte di
Mostar, la Fenice di Venezia, la cattedrale di Noto, rientrano in questo caso) e non da imprevedibili eventi cataclismatici, sia una forma di rimozione delle responsabilità, private e collettive. Purtroppo in questo modo si perde l'occasione di lasciare un monito per i posteri, si toglie il "valore aggiunto" che un restauro critico potrebbe conferire al monumento distrutto.
Cancellando una porzione di storia si rendono possibili le appropriazioni indebite di simboli. A proposito di nuovi miti balcanici, avete sentito del monumento a Roky (non Stallone,ma Roky)inaugurato quest'estate vicino Belgrado?
peppe@hv-a.com