Visualizzazione post con etichetta cosa troverete in questo blog. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cosa troverete in questo blog. Mostra tutti i post

lunedì, febbraio 18, 2008

_link

come potete vedere, ho inserito una prima lista di link utili; mi impegno sin d'ora ad integrarla in futuro e ad aggiornarla. solo un paio di avvertenze: la lista potrebbe sembrare un po' troppo sbilanciata sul versante serbo: l'unico ragione di ciò è che ho vissuto a belgrado per quasi quattro mesi e conosco meglio quella realtà; spero, proseguendo nelle mie indagini, di trovare altre risorse che non mancherò di segnalarvi.
poi, i link che ho messo ora sono più che altro link a siti di notizie (tenete d'occhio quello dell'ambasciata - di cui tra l'altro curavo l'aggiornamento nel 2005 - nella sezione news c'è un'ottima rassegna stampa giornaliera), ma non solo. i più utili sono quello al famoso osservatorio balcani e i link agli human rights centre che mi ospiteranno.
per finire, sotto i link trovate un piccolo sondaggio che vi propongo. vi invito a rispondere, mi interessa sapere cosa pensano i miei lettori sull'argomento kosovo.

martedì, febbraio 05, 2008

_avvertenze#2

dato che la mia disciplina - la "lente" attraverso cui provo a guardare alle cose che dicevo nei post prec. - è (o almeno vorrebbe essere) la semiotica, ma considerato che mi piacerebbe mantenere un tono il più possibile leggero, quasi da email, etichetterò come semiotici, mettendo una bella avvertenza in calce, quei post in cui mi lascio andare a digressioni forse in apparenza troppo teoriche e di fronte alle quali qualcuno potrebbe lecitamente chiedersi che c'entra tutto ciò coi restauri delle città balcaniche devastate dalla guerra. 

io sono piuttosto convinto della potenza e dell'utilità di tanti degli strumenti che la mia disciplina riesce a fornirmi... o meglio, per chiarire meglio cosa mi piace dell'approccio semiotico, non considero la semiotica come una cassetta di attrezzi da cui pescare strumenti da utilizzare anche quando non sono quelli giusti per l'analisi che si intende compiere, la vedo piuttosto come uno sguardo, anzi una capacità di esercitare un particolare sguardo sulle cose, un modo di "comporre il quadro" dei processi sociali che si vuole analizzare, consentendo di scomporli e ricomporli, di individuarne alcuni punti nodali e notevoli, per cercare di capirne alcuni meccanismi. va da sé - ma penso ciò risulti chiaro anche a chi è completamente digiuno della materia - che il modo in cui il semiologo prova a "comporre il quadro", a trovare dentro di esso le regole della sua descrizione, muove da un'ipotesi sullo statuto delle "cose" che compongono il quadro, ovvero sul fatto che esse pertengono tutte ad un ordine, in apparenza instabile e sfuggente, che è l'ordine del simbolico, inteso qui in un'accezione un po' diversa e più ampia di quella di senso comune. 

ma in questo post non volevo approfondire questo problema (anche se questo e altre questioni riemergeranno inevitabilmente) quanto formulare un'avvertenza che è anche una dichiarazione di intenti: in questo blog, anche quando mi lascerò andare a questioni un po' più teoriche, scriverò solo cose che, a mio parere, "c'entrano" col tema delle distruzioni e ricostruzioni urbane in periodo bellico e post-bellico; tuttavia, per chi non volesse aver nulla a che fare con la semiotica, ci sarà un 'etichetta in calce ai post ad avvertirlo di volta in volta dei contenuti e dei rischi che corre a leggerli (ad es, questi primi quattro post sono in una sezione, che chiuderò presto, di indicazioni, contro-indicazioni e posologie)...

_avvertenze

qual è lo scopo di questo blog? l'idea è quella di creare uno spazio di condivisione e di scambio di idee e riflessioni sul tema della memoria - in particolare quella sotto forma urbana - dei conflitti jugoslavi degli anni '90 e soprattutto sul problema attuale della gestione di un passato tanto pesante. 
vorrei dunque procedere in questo modo: utilizzerò questo blog come un quaderno d'appunti su cui annotare impressioni, riflessioni, idee, "illuminazioni" sul tema della mia ricerca (cfr. post precedenti) e cercherò di sfruttare il carattere di "pubblicità" di tali appunti diffondendo l'indirizzo (lo farò appena avrò vinto la vergogna che mi trattiene...) tra colleghi di dottorato, professori, studenti o amici che possono essere a qualunque titolo interessati al tema della mia ricerca; ho ricevuto e continuo a ricevere ogni giorno preziosi suggerimenti, a volte ancor più graditi perché casuali, inaspettati, al limite non richiesti... questo mi sembra un buon modo per incentivare la vostra collaborazione alla mia causa! avevo considerato anche l'ipotesi di scrivere in inglese, dato che alcuni miei interlocutori e amici interessati a queste cose non parlano l'italiano, e il blog poteva essere un buono strumento per tenerli aggiornati sui progressi della mia tesi (e un'ulteriore buona occasione per me per ricevere utili consigli), ma vedremo più avanti come fare (data la mia pigrizia, è più facile che siano loro a imparare l'italiano...)
inoltre, ad un mese dalla mia partenza per il mio tour balcanico che mi porterà, nell'ordine, a Belgrado, Sarajevo, Mostar, forse Vukovar, forse chissà dove, questo blog vorrebbe anche essere un diario, un posto dove "attaccare cose", foto, parole, segni verrebbe da dire... e per fare vedere queste cose a chi vorrà... male che vada, anche se nessuno lo leggerà, questo quaderno poggiato su una panchina, messo a disposizione di chi passa (ma il titolo, o l'autore, forse sono troppo noiosi perché a qualcuno possa venir voglia di aprirlo), svolgerà un compito per me importante: quello di mettere in ordine le cose che raccolgo.

domenica, febbraio 03, 2008

_delucidazioni sul titolo (e sull'oggetto della mia ricerca)

ed eccoci a noi: il titolo del blog: balkan-scapes. forse un po' pretenzioso, e certamente troppo ammiccante, quasi antipatico...
ma a questo punto devo mantenere la promessa e spiegarvi cosa c'entrano i balcani (e i suoi paesaggi) con uno studio sui rapporti tra politiche del restauro e memoria collettiva... 
in realtà c'entrano eccome: come è noto, per tutti gli anni Novanta i Balcani sono stati teatro di una serie di orribili e sanguinosi conflitti, scaturiti dalla dissoluzione della Jugoslavia socialista e dall'emersione di tendenze nazionaliste e indipendentiste da parte delle diverse repubbliche che componevano la Repubblica Socialista Federale Jugoslava, la creatura politica del generale Tito. "Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un solo Tito", recitava un adagio popolare in voga nel dopoguerra, e alla morte di Tito fu subito chiaro che l'equazione dell'adagio avrebbe presto smesso di funzionare. Così, dopo un decennio percorso da tensioni sempre più evidenti, la polveriera dei Balcani (per usare una tritissima metafora) era pronta ad esplodere di nuovo (altra metafora molto in voga tra storici e giornalisti). La morte di Tito ovviamente in realtà non spiega tutta la faccenda e, detta così, si tratta di una spiegazione buona solo per un cattivo articolo di giornale (o per un post da blog), ma avremo modo di tornare sull'argomento e di riflettere sulle ragioni di una delle più complesse guerre del secolo scorso, in cui elementi tipici di quelle che Mary Kaldor ebbe a chiamare nuove guerre (per definire i caratteri tipici delle guerre post-moderne) si mescolano con odi antichi, conflitti etnici, intolleranze religiose e nazionalismi d'altri tempi, ma anche con interessi economici e ambizioni di potere.
ma uno degli aspetti più centrali delle guerre jugoslave risiede nel fatto che esse sono diventate - forse più, forse prima di altri conflitti - l'emblema di un tipo di guerra e di aggressione diretta soprattutto ai valori civici, sociali, cosmopoliti rappresentati dai centri urbani jugoslavi. c'è chi ha parlato a questo proposito di un conflitto campagna/città e in ogni caso la dimensione etnica, religiosa e nazionalistica - quella che ha innescato le micce dell'odio tra stati che prima si consideravano legati dalla "fratellanza slava" - sembrava del tutto estranea ai valori etici e civici delle grandi città jugoslave, città come Belgrado, Sarajevo, Zagabria, Mostar, tutte con un'attivissima vita culturale e con una risaputa vivacità umana, con altissime percentuali di matrimoni misti, rari esempi di convivenza di etnie diverse. Città abituate al confronto con gli stranieri, "le uniche città sotto un governo socialista in cui, in piena guerra fredda, ogni cittadino poteva chiedere il passaporto", come amano ripetere quelli che forse rimpiangono un po' quello che - pur sapendo malauguratamente mostrare spesso la sua faccia dura, da regime - a volte sembrava tuttavia somigliare in definitiva a quel "socialismo dal volto umano" tanto vagheggiato negli anni '70 (ma forse sono la nostalgia e soprattutto il ricordo di un regime più recente a giocare brutti tiri...).
l'anima della guerre jugoslave sembra risiedere soprattutto in una parola forse un po' macabra ma profonda, non a caso coniata per l'occasione da Bogdan Bogdanovic, importante architetto serbo, ex sindaco di Begrado nei primi anni '90 e acceso contestatore di Milosevic: URBICIDIO.
l'urbicidio a cui sono state sottoposte le città jugoslave ha fatto scattare in me un interesse insano per il tessuto sociale e urbano delle martoriate città (ex-)jugoslave, un tessuto che non è mai sfondo inerte, né una scenografia, abitata e affollata dai suoi cittadini, ma che sembra, forse qui più che in altri posti, la carne viva, anche se scarnificata, di quel che resta della società (una volta) jugoslava, dei suoi frammenti, disiecta membra di un "corpo sociale" che si è ritrovato all'improvviso - e, o almeno così pare, suo malgrado o in maniera quasi inconsapevole - in una posizione scomoda, innaturale, in una posizione non sua. e se le città rappresentavano la mente, la coscienza del frankestein slavo, la consapevolezza di non esser più una cosa sola, di non esser più un corpo unico è arrivata in questi centri nervosi così sensibili quasi di colpo, quasi inaspettatamente, prendendoli alla sprovvista, facendoli reagire in un modo scomposto, inaspettato...
basta una passeggiata nel centro di belgrado per accorgersene, una corsa in taxi lungo la kneiza milosa: se allunghi la testa fuori dal finestrino, i ruderi di quel che era il ministero degli interni, così come erano il giorno dopo il raid nato, ti si pareranno innanzi come qualcosa di, non saprei come definirlo meglio per ora, perturbante (forse proprio in senso freudiano). e la perturbazione non sfuggirà neanche al taxista serbo, che non mancherà di indicarteli scuotendo la testa, raccontandoti un altro degli infiniti aneddoti serbi sulle bombe americane...
per arrivare al punto: guardare ai restauri, alle ricostruzioni, alle demolizioni o alla conservazione delle tracce della guerra tra le macerie ancora fumanti dei balcani post-bellici, può equivalere, questa è la mia scommessa, ad auscultare quello che ci può apparire a volte come un "corpo alieno", più complicato del normale, col quale le normali procedure di diagnosi difficilmente funzionano... 
se studiare le ricostruzioni che fanno seguito alle distruzioni delle guerre può diventare una lente per meglio entrare nelle memorie della società, quale paziente migliore dell'ex-Jugoslavia?

_presentazioni...

Allora, direi di partire dalle generalità: mi chiamo Francesco Mazzucchelli e sono un dottorando in Semiotica dell'Università di Bologna.
Vado subito al dunque: perché questo blog e perché questo strano titolo? Provo a spiegarmi (e a giustificarmi). Attualmente, sto lavorando ad un progetto di ricerca, per la mia tesi di dottorato, sul problema del restauro architettonico e urbano, affrontato da un duplice punto di vista: il primo è prettamente semiotico, e qui, senza scendere in ulteriori noiosi dettagli, le questioni più rilevanti sono il problema copia/originale-falso/autentico e il problema dello studio della temporalità e della diacronia all'interno di un approccio semiotico; il secondo è più, diciamo così per amor di semplicità, culturologico, nel senso che sto provando ad affrontare le problematiche relative al restauro considerandone gli aspetti non solo estetici ma anche quelli, per così dire, etici e politici.
Ciò vuol dire essenzialmente che quello che faccio nella mia tesi è paragonare ogni intervento di restauro architettonico (soprattutto quando riguarda "beni" che rivestono un particolare valore simbolico) ad una vera e propria pratica di scrittura, una scrittura del tutto peculiare, che agisce su quel particolare testo sociale e palinsestuale costituito dalle nostre città. 
Del restauro mi interessano dunque in particolare gli aspetti politici, quelli legati ai tentativi, da parte della comunità che li attua, di ricollegarsi al proprio passato, di inscrivere in esso la propria identità e la propria idea di presente e di futuro.
Visto così, il restauro diventa una forma di scrittura, e non solo una scrittura nella memoria, nel retroterra condiviso che fa da collante ad una società; ma anche e  soprattutto una scrittura della memoria, attraverso cui una società "costruisce" il proprio passato, stabilisce una continuità con i suoi eventi passati e si appropria di una identità, attraverso quella che Lotman, il grande semiologo russo, chiamerebbe capacità di "auto-rappresentazione".
Se quindi il restauro può essere studiato anche e soprattutto a partire dalle sue valenze identitarie, valoriali e culturali, particolarmente interessanti saranno quei casi in cui particolarmente controversa o combattuta o sofferta è la scelta del modo in cui si vuole ricordare il proprio passato, o anche la scelta di quale passato ci si voglia ricordare. 
Uno dei momenti storici in cui le questioni relative alle ricostruzioni e ai restauri urbani si impongono con più forza (aggravando i termini del normale dibattito attorno alle scelte da adottare, termini comunque quasi mai "pacifici") è quello in cui un paese esce da un evento catastrofico e distruttivo come un conflitto armato. La distruzione causata da un evento bellico è paragonabile ad un trauma collettivo e l'intervento di restauro, in questi casi, assume il significato di una sorta di "cerimoniale di riparazione all'evento luttuoso subito", per usare le parole dell'architetto/restauratore Paolo Marconi. Per queste ragioni, ho deciso di restringere il campo e focalizzare l'attenzione su una classe specifica di interventi di restauro: i restauri post-bellici.
Ecco spiegato a grandi linee a grandi linee - così come lo spiegherei a mia nonna, per seguire il consiglio di una mia professoressa - il succo del mio progetto. Tutto ciò ancora non spiega il titolo del blog, balkan-scapes, ma per questo dovrete aspettare il prossimo post.