giovedì, marzo 27, 2008

_segni di guerra



ho osservato molto, in questi giorni a belgrado, la zona di kneiza milosa, la via dove si affacciano ambasciate, monumentali uffici governativi e le ormai famose (almeno per chi frequenta questo blog) macerie prodotte dalle bombe Nato. 
Kneiza Milosa è una sorta di red carpet governativo per la città, un tripudio di palazzoni, colonne, cupole e soprattutto bandiere, canadesi, croate, tedesche, americane, polacche... tra tutte spiccano le immense bandiere serbe, tutte nuove fiammanti, con il nuovo emblema serbo ricomparso dopo l'indipendenza del Montenegro - aquila bicipite, scudo con le quattro C, corona che tradisce forse una certa nostalgia per la monarchia (le pretese al trono di colui che pensa di essere il legittimo erede, Alessandro Karadjordjevic, si sono intensificate a partire dal 2000). La presenza massiccia di bandiere serbe coi loro colori accesi genera un fortissimo contrasto cromatico che spezza la monotonia dell'onnipervasiva scala tonale del grigio (tutta presente qui) che caratterizza invece questi colossali edifici, un grigio derivante probabilmente anche dal fortissimo smog sempre presente nell'aria.
Ma questa lunghissima arteria - attraversata da ben cinque corsie percorse ad ogni ora del giorno e della notte da automobili (alcune lussuosissime, la maggior parte scassatissime yugo) che rendono l'aria davvero irrespirabile, e attraversata, durante il giorno, da veri e propri fiumi di gente - questa importante strada, dicevo, non è solo un quartiere governativo ma è diventata, in effetti, negli anni, un piccolo palcoscenico, dove, nei momenti di maggiore crisi, la popolazione serba mette in scena le proprie proteste, le proprie rimostranze nei confronti della comunità internazionale.
Oltre a kneiza milosa, l'altro importante spazio "topico" di ogni manifestazione o protesta, è l'enorme spiazzo antistante il Parlamento serbo, non distante da Kneiza Milosa, vicino Kralja Milana, l'altra via principale del centro (in kneiza milosa è il potere politico a mettersi in scena, in kralja milana forse più quello economico). davanti il parlamento i serbi si raccolgono nei momenti difficili (vi ricordate quando l'edificio che lo ospita venne dato alle fiamme nel 2000 per sancire definitivamente il no dei serbi a milosevic?), a kneiza milosa i serbi vanno per fare sentire la propria voce agli altri stati.
questo percorso sintattico ha caratterizzato anche le recenti proteste del 21 febbraio scorso a seguito della proclamazione dell'indipendenza del Kosovo: grande adunata con comizi davanti al parlamento, poi sfilata sino alle ambasciate straniere per protestare contro chi aveva riconosciuto la decisione di pristina; quindi, i disordini, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, mostrandoci una sorta di città sotto assedio. quasi tutti i belgradesi con cui ho parlato condannano questi gesti vandalici - in effetti opera di poche centinaia di persone, ma li comprendono. 
L'effetto finale, tuttavia, è stato quello di produrre altri segni di distruzione, in questa via in cui di segni di guerra ce n'è fin troppi. i segni delle devastazioni sono ancora lì, i muri anneriti dell'ambasciata americana, le finestre blindate di edifici che paiono sotto assedio, la presenza sempre massiccia di polizia (che, tra l'altro, ostacola le mie osservazioni, spero che non si stufino di vedermi sempre lì attorno e che non gli venga mai in mente di farmi passare qualche guaio): questa via, a volte, sembra di nuovo appartenere ad una città in guerra.
c'è un'altra cosa che non si può non registrare dopo un'osservazione attenta di questa parte della città: questa strada sembra possedere una speciale predisposizione a registrare alcuni tipi di segni prodotti dalla storia, come una pellicola troppo sensibile; al tempo stesso, questi segni sembrano, qui più che altrove, particolarmente resistenti alla cancellazione, alla rimozione. continuo a chiedermi perchè.
gli americani, col loro inguaribile pragmatismo, stanno in questi giorni reimbiancando la facciata dell'ambasciata, ma hanno militarizzato ancora di più gli accessi alla zona dell'edificio. ieri, davanti al loro consolato, campeggiava un cartello in cui c'era scritto che c'erano dei lavori in corso ma nonostante ciò, anche se gli uffici potrebbero sembrare chiusi, il personale è tutto operativo. Insomma: l'ambasciata sembra chiusa, ma non lo è. in realtà di personale, dicono, attualmente ce n'è ben poco, ma non si può dire, si fa finta che si sia tornati alla normalità.
difficile però che una mano di vernice bianca possa cancellare i tanti malumori.

2 commenti:

Teo ha detto...

>questa strada sembra possedere una >speciale predisposizione a >registrare alcuni tipi di segni >prodotti dalla storia, come una >pellicola troppo sensibile; al tempo >stesso, questi segni sembrano, qui >più che altrove, particolarmente >resistenti alla cancellazione, alla >rimozione. continuo a chiedermi >perchè.

Ciao Francesco, quest'immagine mi sembra renda molto l'ambiente di Kneiza Milosa; d'altronde non credo che questo "portar su di sé il passato" sia una prerogativa di quella strada, quanto forse una tendenza tipica, dell'intera cultura serba, caratterizzato dal mantenimento di un rapporto peculiare tra "oggetti" e "memorie", più legato alla stratificazione che al superamento.

Francesco Mazzucchelli ha detto...

ciao teo, sì hai ragione, quello che sto provando a fare qui è proprio indagare le modalità di produzione di memoria a partire proprio dalla "materialità" della memoria serba.
i segni della memoria, le sue "impronte materiali" hanno a belgrado una vita propria, diversa dai destini semiotici delle impronte della memoria di, ad esempio, berlino.
multi-stratificazione, sedimentazione di significati, refrattarietà alla cancellazione e "oblio per incuria del senso" sembrano essere le cifre fondamentali della memoria collettiva di questa città. ma su questo magari tornerò in un altro post.
grazie della visita!