lunedì, agosto 04, 2008

_l'odio tollerante di sarajevo

Stimolato dalle attente riflessioni di cicciosax a commento del mio post precedente, vorrei provare ad inaugurare un dibattito sulla reale natura del multiculturalismo della Sarajevo pre-bellica (aspetto dunque anche altre opinioni in merito).

Cicciosax si chiede giustamente: se il multiculturalismo di Sarajevo è di natura eminentemente "topografica" (ovvero: diciamo che sarajevo è una città multiculturale solo perchè chiese e moschee stanno vicine e nello stesso quartiere), in cosa essa è diversa, per dire, da Mostar, che indichiamo come esempio di città divisa per lo stessa "ragione topografica" (ci sono chiese e moschee nella stessa città)? Inoltre: è il multiculturalismo la "cifra" culturale di Sarajevo o piuttosto la compresenza di culture diverse costrette a vivere assieme e a tollerarsi sin quando possono (e quando non possono sono guai)?
A riprova della sua tesi, cicciosax cita Andric e il suo celeberrimo Lettera del 1920, che a suo tempo anch'io avevo citato per portare un esempio di una bella descrizione del carattere pluralista della città. Nel brano - che vi invito senz'altro a rileggere - si descrive la Sarajevo notturna attraverso i suoni e i rintocchi provenienti da chiese, minareti, che danno vita ad una sorta di dialogo/scontro a distanza: anche quando si dorme in questa città ci si odia, conclude amaramente Andric. Ma, per essere precisi, nel racconto non è Andric a parlare, o meglio, queste parole sono dall'autore messe in bocca a Max, austriaco ma nato e cresciuto a Sarajevo, nonché caro amico d'adolescenzadel narratore del racconto (il racconto è scritto in prima persona)e suo compagno "di formazione". Dopo averlo perso di vista, il narratore rincontra Max casualmente alla stazione di Bosanski Brod diversi anni dopo e lì, al termine di una conversazione che sembrava doversi concludere banalmente e convenzionalmente, Max gli confida la sua decisione di lasciare la Bosnia. Cosa lo spinge a lasciare la Bosnia? L'odio, risponde bruscamente Max. Il treno sta per partire, i due devono separarsi, non c'è tempo di chiarire. Giorni dopo, il narratore riceve una lettera da Max, in cui questo prova a dire ciò che non ebbe il tempo di spiegare nel loro incontro di qualche giorno prima. Farò qui delle lunghe citazioni, perché credo che il testo meriti. Così scrive Andric/Max:
"La Bosnia è una terra meravigliosa e appassionante, una terra fuori dal comune, per configurazione naturale e per i suoi abitanti. Come il sottosuolo della Bosnia nasconde grandi ricchezze naturali, così l'uomo bosniaco cela senza dubbio in sé grandi qualità morali, più rare che negli abitanti delle altre terre jugoslave. Ma, vedi, c'è qualcosa che la gente della Bosnia, perlomeno quelli della tua specie, dovrebbero riconoscere e non perdere mai di vista: la Bosnia è terra d'odio e di paura. [...] Da voi gli asceti non scoprono l'amore nella propria ascesi, bensì l'odio per i lussuriosi; i sobri odiano coloro che bevono, e in questi ultimi trovi un odio assassino verso il mondo intero. Quelli che professano una fede odiano a morte coloro che non la professano o ne professano una diversa; quelli che amano, odiano coloro che amano altro. [...] Voi siete, in maggioranza, abituati a coltivare tutta la forza dell'odio per ciò che più vi è vicino. Ciò che per voi è sacro, si trova a miglia e miglia di distanza, dentro a fiumi e montagne, mentre ciò che forma l'oggetto del vostro odio e della vostra ripugnanza e proprio lì accanto a voi, nella stessa cittadina, spesso a pochi metri dal muro del vostro cortile. Così il vostro amore non esige molti fatti, mentre il vostro odio passa ai fatti molto facilmente. Anche la terra che vi ha dato i natali, voi l'amate ardentemente, ma in tre-quattro modi diversi che si escludono a vicenda, si odiano a morte e spesso si scontrano".
E infine, il brano più sconcertante nella sua capacità profetica:
"una certa gentilezza falsa e conformista, la tendenza ad ingannare se stessi e gli altri con frasi pompose, o vuoti cerimoniali, contraddistinguono da sempre i circoli della borghesia bosniaca. tutto ciò dissimula alla bell'e meglio l'odio, ma non lo sradica.ho paura che in quei circoli possano sonnecchiare antichi istinti e progetti fratricidi e che essi coveranno sotto la cenere sino a quando non verranno intereamente rifatte le fondamenta della vita materiale e spirituale in Bosnia".
Queste parole andric mette in bocca all'amico austriaco (si noti bene: austriaco, come i dominatori e modernizzatori della bosnia); e alla fine sembra volersi prendere una rivincita sullo straniero che pretende di aver capito tutto, facendolo morire, nel racconto, in una cittadina aragonese, in Spagna, sotto un bombardamento durante la guerra civile (ironia della morte...).
Sarebbe troppo facile però pensare che Andric volesse mettere tali parole in bocca ad un austriaco per prenderne le distanze o per screditarle. Tanto perfetta - e tanto sentita - sembra essere la descrizione antropologica e sociale di questo presunto "carattere" bosniaco, che è difficile pensare che, nei momenti di maggior pessimismo, Andric non la pensasse esattamente come Max l'austriaco. E in tutta l'opera di Andric (anche se in realtà non la conosco proprio tutta) è presente questa continua oscillazione tra un sentimento positivo della convivenza e la certezza della presenza di un odio inestirpabile.
Di questo odio atavico, le tracce, nella Bosnia di oggi, sono ancora, forse più che mai, presenti: esso emerge da tutti i discorsi, dalle chiacchiere da kafana agli articoli di giornale.
E Sarajevo? davvero la sua presunta multiculturalità è solo un effetto di senso topografico, generato dalla semplice prossimità fisica delle diverse etnie? In parte sì, in parte no, come in tutta la Bosnia. Descrive bene questi meccanismi Karahasan, nel suo "ritratto interiore di Sarajevo", che racconta le dinamiche urbane della città: da una parte la bascarsia, a valle, il centro culturale, sociale e civile, dove ci si incontra, si fanno affari, si discute, si compra, si passeggia, ma dove non si abita; dalla'altra le mahale, sulle colline tutt'attorno la carsia, tutte raccolte attorno alla dimensione privata del vicinato. Proprio questo termine, vicinato, komsiluk in bosniaco, indica quella peculiare dimensione di continuo "scambio" con l'altro, che diventa controprova della propria identità (riporto con parole mie il concetto di karahasan).
Il fatto è che multiculturalismo, in bosnia, vuol dire soprattutto tolleranza, convivenza, secondo un modello probabilmente senza precedenti in tutta la storia recente. Forse un piccolo precedente, in effetti, c'è, ed è la Palermo dal nono al dodicesimo secolo, prima araba e poi normanna, in cui non ci fu mai assimilazione totale (in periodo arabo nei confronti delle culture presenti), né repressione (in periodo normanno nei confronti dei musulmani), ma una tolleranza virtuosa e prolifica in termini di sviluppo culturale e civile (un grande estimatore della palermo di quegli anni fu com'è noto Sciascia, che rivalutò fortemente l'impulso culturale di matrice araba in Sicilia). Non è un caso se prendo l'esempio di palermo: se per i siciliani decisiva fu la dominazione musulmana, anche per i bosniaci fu il periodo musulmano, come afferma Maria Todorova, quello che gli impresse il carattere più profondo. Solo che l'islam balcanico venne dall'impero ottomano, che però esportò un'idea di tolleranza che non cercò mai l'assimilazione né la coesione sociale: i diversi gruppi etnici bosniaci, a causa di ciò, formano quella che in semiotica chiameremmo totalità partitiva.
Da una parte, dunque, è innegabile che Sarajevo è stata da sempre pervasa da un grande senso di tolleranza; l'esempio classico è quello degli ebrei sefarditi, scacciati dalla cattolicissima Spagna e accolti a Sarajevo, ove portarono testi rari e preziosi e si integrarono, seppur non numerosissimi, nella vita civile dell'avamposto ottomano. Né vale la pena di ripetere la solita tiritera che prima della guerra nessuno sapeva del proprio vicino se era musulmano cattolico o ortodosso (che, a dirla tutta, c'era un regime con le orecchie dritte a reprimere ogni discorso del genere), né parlare della vita culturale della città, animata tra le varie istituzioni anche dall'associazione serba prosvjeta. Ma per dimostrare la multiculturalità e la tolleranza dei sarajlije basterebbe ricordare le giornate di Valter, organizzate, pochi giorni prima dell'inizio dell'assedio, spontaneamente, dai cittadini per difendere i valori civili della città unità contro i nazionalismi e finite nel sangue sotto il tiro inaspettato dei cecchini serbi appostati sull'holiday inn (a proposito, ricordate, la prima vittima non fu un berretto verde musulmano, ma una manifestante, una ragazza croata). Inaspettate, sì, perché tutti si rifiutavano di credere che ciò che era successo in Slovenia e Croazia potesse ripetersi proprio lì, nella "jugoslavissima" Bosnia. In fondo quelli che puntavano i loro cannoni dalle alture di Pofalici, del Trebevic e degli altri monti vicini erano quelli dell'Jna, dell'esercito Jugoslavo, che stavano lì per proteggerli... E anche quelli che avevano capito, facevano finta di niente, un po' perché a tenere la bocca chiusa non rischiavano di fare una brutta fine, un po' perché no, tutto ciò non poteva succedere nella città di Valter...
Dall'altra parte, in un altro senso, questa tolleranza e questo spirito di convivenza sembrano possedere, a Sarajevo, una natura del tutto peculiare, e sembrano incapaci di annullare le tensioni, di risolvere le tensioni. Anzi, è un castello di tensioni in equilibrio. Come in tutte le storie, i castelli prima o poi crollano: cos'è che ha fatto crollare (e farebbe crollare) il castello bosniaco della convivenza?
Forse un'altra citazione, rilasciata da Ejup Ganic, futuro ex presidente della FBiH, poco prima dello scoppio delle ostilità, potrà chiarire come il valore civico della convivenza sembrasse radicato a Sarajevo:
"Questa è la Bosnia. Tre diverse opinioni sulla stessa cosa, opinioni diverse, sulle quali non è possibile mettersi d'accordo, e che tuttavia sei costretto ad osservare sorseggiando il caffé. Il buon caffé bosniaco, questa calda, nera bevanda assicura la salvezza di questa repubblica. Non voglio neanche pensare a quando non sarà più possibile prendere assieme il caffé"
Ma Ganic si sbagliava, e negli anni successivi, a Sarajevo, non solo non sarebbe stato più possibile prendere il caffé con quelli che non la pensavano come te, era il caffé che non c'era più, c'era l'assedio...
Eppure, nonostante tutto, l'anima della Bosnia stava tutta in questa convivenza instabile, e la guerra ha fatto perdere alla Bosnia la sua anima. La migliore espressione della priorità dei valori civici e urbani me l'ha data l'anziano signore che si occupava della manutenzione di casa mia a Sarajevo: "sai io sono serbo, mi dice, sono ortodosso, ma sono amico di Senad [il padrone di casa], anche se lui è musulmano. Siamo amici da sempre, e abbiamo combattuto assieme". "Tu hai combattuto assieme ai musulmani?", faccio io. "Assieme ai musulmani? io ho combattuto assieme a tutti quelli che hanno difeso questa città. Se loro mi sparano, se sparano alla mia città, io rispondo, non sono serbi, sono bestie".
Infine, se vogliamo provare a rovesciare l'ipotesi "topografica": ma non è proprio la conformazione urbanistica e topografica della città a mostrarci il carattere autentico di tale difficile secolare convivenza? il fatto, ad esempio, che a Sarajevo non ci sia mai stato un ghetto, nonostante la presenza di minoranze (altra cosa era il quartiere latino dei croati o le mahale, il cui principio aggregatore, come abbiamo visto, non era tuttavia la religione, ma il komsiluk); il fatto che lo spazio centrale della città fosse uno spazio di confronto e di scontro civile con l'altro, uno spazio di traduzione, di "conversione", di rappresentazione della differenza, questo fa di Sarajevo una città unica.
E Mostar? Perché lì il discorso è completamente diverso? Perché a Mostar non c'è "compresenza", ma "concorrenza" di simboli, non c'è una carsia comune in cui incontrarsi e prendere un caffé. C'era una volta, ed era il ponte ed il suo kijundziluk. L'hanno ricostruito e restaurato, ma chi vive nella parte croata non va da quelle parti neanche nei suoi sogni più sfrenati. 
Ma Mostar la rimando al prossimo post, così posso correggere alcune delle ipotesi iniziali che avevo fatto in un vecchio post prima di visitare la città...
A proposito, per concludere restando in tema (il tema del blog): a Visegrad, vicino al ponte sulla Drina protagonista di uno dei suoi romanzi (e forse chiave di volta di tutta la bosnia), c'era una statua di Ivo Andric: è stata distrutta.

11 commenti:

cicciosax ha detto...

Bellissimo e ancora grazie per avermi rinfrescato la memoria sul pezzo di Andric. Allora, condivido tutto, nel senso che quello che scrivi per me vale come racconto preziosissimo da cui imparare, per me che non conosco bene Sarajevo come te. Però, pensavo che in realtà la questione della divisione delle città può essere pensata in termini tipologici. La città divisa vs città fratturata mi sembra una approssimazione non meditata che però può servire. Ancora, per analizzare il postwar, quando un'etnia vince, un gruppo di potere vince, in genere si appropria degli edifici simbolo. Pensa a Agia Sophia a Istanbul, riconvertita in moschea subito dopo la presa. Questo in Exju mi pare non succeda tanto. Si preferisce l'altra soluzione di lasciare il posto vuoto (vedi i monasteri vuoti del Kosovo) o la sinagoga (e magari anche la cattedrale ortodossa) della carsjia a Sarajevo. Insomma anche qui sulla questione della risemantizzazione delle città si potrebbe pensare in termini tipologici. Non sono totalmente convinto che una città senza ghetti non produca marginalità (per esempio etnica), Lotman stesso diceva che ogni sistema semiotico costruisce una propria marginalità. Interessante è vedere come funziona il margine a Sarajevo se non in termini di ghetto (forse sarajevo stessa potrebbe essere letta come una città ghetto circondata com'è dalle montagne e con pochissime vie di fuga). Un ultima cosa intorno a un'ulteriore ipotesi, quella della distruzione totale della città: l'altra volta Massimo Leone al convegno sulla città di Torino, ci ha deliziato con un intervento su "Come di distrugge una città", che ti potrebbe essere molto utile, credo sia in corso di pubblicazione, però se gli scrivi due righe magari te lo manda in anteprima.
Su Palermo, la cosa divertente è che Palermo sta diventando di nuovo araba senza colpo ferire, grazie al lavoro incessante delle comunità straniere (soprattutto nordafricane) che stanno rimappando il centro storico... Il tutto avviene senza conflittualità e infatti da noi maroni ha mandato pochissimi soldati ;-) Vediamo cosa succederà :-)

Lina ha detto...

Io mi sono già persa..
Allora prima leggo odio totale (andric’), poi grande senso di tolleranza,poi i cecchini sui tetti che ammazzano i dimostranti,poi il serbo amico del musulmano che spara agli altri serbi
non capisco se volevi dire che c'è tolleranza o c'è odio
tutte e due mi viene difficile pensare che convivano..
io ho altre notizie
non sono mai stata a sarajevo e in realtà non so se ci andrei volentieri, ma ho diversi amici che sono nati la e amiche che da torino sono andate a lavorare a sarajevo (max x 9/12 mesi)
loro mi dicono che in primis è la politica che comanda
quello che puo' succedere in una città di provincia non è importante come per esempio se la stessa cosa succede a sarajevo
cio' che non si incontra non si incontrerà mai (es. palestinesi ed ebrei.. non la finarnno mai)..
non mi ricordo se è su questo blog o dove che ho letto che i bambini entarno a scuola da entrate diverse a seconda della razza..
non c'è via di uscita quando è così, sarà così sempre o almeno fino a che memoria di uomo se ne ricorderà
è come avvitare un bullone in un passo che non è il suo
ke importa se ci sono chiese di diverso credo vicine ?
mica dialogano
poi questo andric' è troppo catastrofista
anche la mia amica serba ha avuto una brutta esperienza a scuola a sarajevo perchè una compagna le ha strappato la catenina dal collo perchè c'era la croce, ma quando è stato il momento di aiutare un musulmano l'ha fatto..
c'è sempre, anche nell'odio più totale, un grammo di qualcosa di bello e se non c'è basta fare una piccola buona azione per aprire uno spiraglio
ma veramente a sarajevo si ammazzerebbero tutti fra ?
dicci tu che ci sei stato

Francesco Mazzucchelli ha detto...

calma, calma, calma... non ho mai scritto che a sarajevo tutti accarezzano le armi e sono pronti a farti fuori se li guardi storti... con francesco avevamo avviato una discussione di natura più "antropologica": i termini del dibattito sono, da una parte, il presunto carattere multiculturale di sarajevo, dall'altra, l'odio atavicoche sembra aver sempre dominato in bosnia.
io sono convinto che sarajevo incarni dei valori civici di tolleranza e convivenza la cui origine affonda nella notte dei secoli, valori che sono sentiti come tali dalla maggioranza dei cittadini. ma:
1) sarajevo non è tutta la bsnia (come belgrado non è la serbia ecc)
2)quando dici che non capisci se c'è tolleranza o odio, hai ragione, perchè quello che provavo a dire è che, a mio parere, ci sono tutt'e due! la convivenza, per molti sarajevesi, è un valore, un valore che va costruito, ricercato, che non è dato una volta per tutte; l'odio, bé, se avessi una risposta... io ho provato, a partire da alcune suggestioni di cicciosax, a fare una rassegna di opinioni di persone più titlate di me a rispondere a questa domanda...
però ti racconto questo aneddoto: prima di lasciare belgrado per sarajevo, un mio amico serbo, preoccupato per me mi fa: "mi raccomando, stai attento, lì a sarajevo, non è come belgrado, lì si odiano davvero". Parto per sarajevo, quasi un po' mi faccio condizionare dalle parole del mio amico, ma devo ricredermi subito, trovo una città accogliente, gente simpatica, tutti disposti a farsi in 4 per te; certo, qui le cicatrici sono un po' più profonde; certo, qui la guerra c'è stata davvero, mica 5-6 bombette nato, quattro anni quattro d'assedio, avete idea? quattro anni d'assedio. qui non c'è stata una guerra, c'è stata LA guerra, così come non è mai stata da nessun'altra parte. neanche l'assedio di leningrado era durato così a lungo
cmq, dopo più di un mese devo lsciare anche sarajevo, per mostar questa volta. prima della partenza, in autostazione, un mio bosniaco mi fa: "take care in mostar, ci sono i croati lì. i bosniaci sono brava gente ma lì... lì ci si odia davvero". lo abbraccio, questa volta senza tenere in minima considerazione il suo consiglio, so che troverò la stessa gente di qui... croati, bosniaci o serbi (o albanesi) che siano. per la cronaca: la scenetta si è ripetuta praticamente ad ogni cambio di città.
in conclusione: lina, vai a sarajevo, troverai una città magnifica che merita di essere conosciuta e vissuta; con mille problemi, sì, problemi che hanno a che fare con questa convivenza imperfetta ma perfettibile, e manda a quel paese tutti i nazionalisti, qualunque bandiera portino, sono loro l'odio di cui parlava andric

Francesco Mazzucchelli ha detto...

per ciccio: no, no, anche in ex-ju succede tantissimo, c'è una revisione della memoria dei luoghi molt intensa, ma meno lineare, più sottile. pensa alla nuova edilizia di sarajevo, che sta cambiando il volto della parte nuova della città da jugoslavo a postmoderno (tendenza opposta a bg, dove lo stile jugslavo non disturba affatto, anzi è tutelato), o a zagabria, ai nuovi monumenti le nuove targhe commemorative.
e poi pensa ad una cosa fondamentale che è cambiata in tutte queste città e svolge uno dei ruoli semiotici primari in una città: la toponomastica.
un paragrafo della mia tesi (che sto ancora scrivendo) è sulla toponomastica appunto, appena ho il tempo lo riassumo un po' per un post, lì ci sono parecchie cose interessanti.

Francesco Mazzucchelli ha detto...

a prop: hai il testo di leone e/o sai dove posso trovarlo?

cicciosax ha detto...

Eccomi, ti posso dare una testimonianza diretta: a Skopje la gente ha smesso di "chiamare" le strade: Biljana si orienta solo con punti di riferimento della città e non con i nomi delle strade, la sua spiegazione è che sono quasi tutti cambiati ed è difficile ricordarli tutti... Solo i tassisti, dice, conoscono i nomi delle strade.

Per quanto riguarda la storia della risemantizzazione, quelli che citi sono comunque fenomeni poco invasivi o di edilizia nuova, insomma mi verificato che il posto dell'altro rimane vuoto anche quando l'altro viene a mancare. (Questo forse per una specie di savoir faire di facciata imposto dagli internazionali). Per quanto riguarda il paper di Massimo, doverbbero uscire presto gli atti, ci hanno chiesto di mandare i testi entro settembre, se gli scrivi di sicuro avrà tutto pronto ;-)
Aspetto i post sul ritmo e sulla toponomastica con impazienza :-)
Buona scrittura, ah!

Francesco Mazzucchelli ha detto...

esatto, proprio come a sarajevo! hanno cambiato i nomi delle strade e la gente non si orienta: i vecchi ricordano ancora quelli vecchi, i giovani non imparano quelli nuovi, perche nessuno li usa, e tutti gli altri, bè, cercano altri punti di riferimento... dove abito io, dovevo sempre dire al tassista, kod pravog granapa, vicino il market blu, perchè chi cazzo se li ricorda questi nuovi nomi, e poi la numerazione è tutta saltata.. i numeri civici sono dati a caso, nelle stradine periferiche sulle mahale (lì si che vengono i brividi, quando si incontrano gli scheletri bruciati delle case...)

vera tutto sommato anche la cosa del posto vuoto, ma fino ad un certo punto:il palazzone del governo sulla marsala tita, vecchio simbolo del potere jugolavo, che hanno ricostruito identico a prima ma con materiali fighi e superfici riflettenti: è la stessa cosa? bo, non so una risemantizzazione c'è stata, ma ci sto ancora riflettendo. piè che istanbul (o casi come la palmira studiata da hammad, o cordoba, dove la moschea viene ricnvertita in chiesa), qui solitamente sui luoghi dell'Altro è stato "sparso il sale", in effetti (o perlomeno in bosnia e, forse, ma non sono mai stato, in kosovo), nel senso che non sono stati "rioccupati" da un'altra istanza semiotica, ma in certi casi questa risemantizzazione c'è stata (non per i simboli religiosi ma per quelli del potere), sia a sarejevo che a mostar. sarebbe interessante estendere il discorso ad altre città come banja luka, ma non conosco abbstanza.

cmq grazie, fra, grazie dei tuoi consigli, come immaginerai, in fase scrittura non può che farmi piacere discutere di queste cose. io sarò in sicilia tra una settimana, magari ci si becca!

cicciosax ha detto...

MA tu di unni si in sicilia? Palermitan? Io starò a Sr fino a dopo ferragosto, poi mi toccherà ritornare a Palermo: ovviamente sia a Palermo che a Siracusa con Biljana saremmo felici di poter cucinare per te cevapcici e stigghiole, la nostra specialità ;-)

Francesco Mazzucchelli ha detto...

sono di enna (provincia) ma vado a mare a marzamemi, quindi capace che ci vediamo dalle parti di siracusa. ma niente cevapcic e stigghiole, ci facciamo una bella mangiata di pesce!

cicciosax ha detto...

Noi a Marzamemi verremo di sicuro (veniamo ogni anno!). Ci si vede presto allora (io parto domani!).

colonix ha detto...

Sarajevo è una delle più interessanti città storicamente in Europa. E 'il luogo in cui l'occidentale e orientale romano diviso, dove la gente del orientale ortodossa orientale, il sud e ottomano cattolica romana occidentale, ha incontrato, vissuto e warred. E 'stato sia un esempio storico di turbolenza e lo scontro di civiltà, così come un faro di speranza per la pace e la tolleranza attraverso multi-culturale.

Oggi la città ha da recuperare fisicamente la maggior parte dei danni di guerra causati dalle guerre iugoslave dei primi anni novanta. Sarajevo è una cosmopolita capitale europea con una unica torcere orientale che è un piacere da visitare. La gente è molto amichevole, siano essi bosniaco, serbo, croato o. C'è ben poco di criminalità, quasi come non molti turisti come sulla costa dalmata e un patrimonio di architettura (per non parlare di storia) di vedere.