lunedì, agosto 04, 2008

_13 anni fa l'Operazione Tempesta

Per capire bene le trasformazioni dei "balkan scapes" dopo le guerre, bisogna guardare alle trasformazioni demografiche e alle nuove geografie umane causate o imposte dagli eventi bellici: così Sarajevo, da città multietnica e multiculturale, dopo quattro anni di assedio ad opera delle milizie serbe, è oggi abitata quasi esclusivamente da bosniaci, mentre serbi, croati, ebrei sono quasi tutti scappati via; Mostar, da città "laboratorio-sociale", con il più alto tasso di matrimoni misti e di cittadini che si dichiaravano jugoslavi (per sfuggire alle logiche etniche o perché nati da coppie "miste"), ora è divisa (letteralmente) tra croati e bosniaci; Banja Luka, sede del pashaluk bosniaco durante la dominazione ottomana, con le sue bellissime moschee, tutte distrutte nel periodo 1992-1995 (compresa l'antichissima moschea Ferhandia, XV sec, già patrimonio Unesco), è ora abitata esclusivamente da serbi; Srebrenica è diventata il simbolo delle strategie di pulizia etnica dei nazionalisti serbi e, da cittadina a maggioranza musulmana, si è trasformata in una città a maggioranza serba.
Le terribili vicende di diaspora e pulizia etnica sono "leggibili" nei paesaggi urbani di queste città, ed è per questo che ritengo utile e interessante studiare le città, perché esse ci parlano di chi ci vive, ci parlano delle trasformazioni delle identità di questi popoli: le nuove "forme urbane" di queste città sono specchio delle nuove identità.
Sarajevo, il cui carattere multiculturale si manifesta anche nella struttura urbanistica, o nel fatto, per esempio, che nel raggio di neanche 500 metri si alternano chiese cattoliche, chiese ortodosse, sinagoghe, moschee, chiese evangeliste (già, anche chiese evangeliste), sta assumendo sempre più, attraverso l'edificazione di gigantesche moschee o attraverso interventi di ricostruzione "mirata", i caratteri di una capitale musulmana; a Mostar, dei serbi (che, sembra, se ne sono andati a seguito di accordi sottobanco tra esercito serbo e milizie croate), non restano neanche le tracce materiali (la grande cattedrale ortodossa è stata letteralmente rasa al suolo e restano solo poche macerie), mentre le divisioni etniche della città prendono forma nella gara in altezza tra minareti e campanili cattolici, che non si alternano in un regime di compresenza e tolleranza, come nella sarajevo prebellica, ma che diventano anzi dispositivi spaziali di marcatura del territorio; si è già detto delle moschee di Banja Luka e del tentativo di costruire una identità storica della città che sia esclusivamente serba e ortodossa, cancellando secoli di storia e di convivenza tra religioni diverse; si potrebbe scrivere a lungo di Srbrenica, del suo memoriale, che non parla a nessuno, o meglio, forse parla meno dello scheletro del palazzo energoinvest bruciato durante la guerra e che è ancora lì, o della scritta "ratko" che, mi raccontava un mio amico, fa ancora nella mostra di sé e nessuno ha avuto la forza di andare a cancellare.

Ma orientarsi nei labirinti delle memorie balcaniche non è per nulla facile, e qualunque bussola scegli, prima o poi ti porterà in una direzione sbagliata.

Cade oggi l'anniversario della cosiddetta Operazione Tempesta, offensiva militare condotta dalle milizie croate contro i serbi della Krajina, della Banija, della Lika, della Dalmazia del nord. A seguito di questa offensiva, il 5 agosto l'esercito croato occupa la città di Knin e inizia la pulizia etnica dei croati a danno dei serbi.

Il vecchio nome di Knin, quando era sotto il controllo di Venezia, era Tenin; ci visse a lungo anche una minoranza italiana. Dopo la seconda guerra mondiale, la città entrò a far parte del cosiddetto regno indipendente di Croazia, nonostante i numerosi serbi della regione avessero chiesto l'annessione alla Dalmazia italiana, preferita allo stato nazionalista croato. Furono anni di "prove tecniche di odio interetnico" tra croati e serbi (la cui eredità arriverà sino ai '90), con i massacri reciproci di civili serbi da parte di ustascia e civili croati da parte di cetnici.

Sotto la Jugoslavia di Tito, la città entrò a far parte della Repubblica federale di Croazia, ma con una fortissima maggioranza di residenti serbi. Dopo la secessione croata del '91, i serbi della Krajina dichiararono la loro indipendenza dalla neonata repubblica croata e proclamarono la Regione Autonoma Serba della Krajina, con capitale a Knin. Era da Knin che partivano gli attacchi serbi alle coste croate.
Con la caduta della Repubblica della Krajina nel 1995, i croati entrarono a Knin e iniziarono una violentissima campagna di pulizia etnica a danno dei serbi. Si calcola che il numero dei serbi uccisi o dispersi durante l'operazione sia di 1900 civili.


Il 5 agosto, in Croazia, è festa nazionale. Si celebrano le forze armate.

8 commenti:

cicciosax ha detto...

Bello Fra, grazie. Pensavo una cosa su Sarajevo. Vediamo se ti appatta. Per capire se Sarajevo è multiculturale bisogna riflettere sul punto da cui la si osserva. Io penso che moltissima retorica sia stata spesa sulla presunta multiculturalità della città; forse, allora non sarebbe male chiedersi da cosa deriva questo effetto di senso. Mostar di oggi, divisa in due è multiculturale? La differenza fra le due città non è poi così facile da rappresentare. Ci vivono più etnìe, basta questo a dire che Mostar è multiculturale? A me sembra che Sarajevo venga intesa come città multiculturale, soprattutto per la vicinanza dei monumenti di diverse fedi religiose, ovvero sarebbe un effetto di senso che deriva dalla questione della "densità". Se guardata dall'alto, Sarajevo è multietnica perché in un'area molto piccola (che si percorre a piedi) sono racchiusi segni identitari di diverse fedi religiose. Questa rappresentazione mi è cominciata a puzzare da quando ho letto Andrić,lui diceva che la bosnia è una terra dall'odio antichissimo e spaventosamente forte, un odio quasi irrapresentabile e atavico, che gli stranieri non riescono a vedere (Lo dice in uno dei racconti di Sarajevo pubblicati da Newton, quelli da mille lire!). E allora ho pensato proprio alla topografia della città. Si dice sempre che passeggiando per Sarajevo è come se si percorresse l'intera Europa in pochi passi. Se ti sposti dalla Baščaršija al lungo fiume, passi dalla Turchia all'Austria, per esempio, dall'Oriente all'Europa. Mi sembra allora che topograficamente Sarajevo non sia "divisa" (come Mostar!) proprio perché è fratturata, è piena di microfratture. Ogni singola etnìa nella Sarajevo multietnica insediandosi si appropriava di una microparcella di territorio, rendendola "confacente" alla sua identità. Quindi, se la si guarda dal basso, passando a piedi, si ha questo effetto di viaggio, che viene proprio dalla giustapposizione di modi di costruire il territorio e di "abitare" completamente diversi e spesso in conflitto o quanto meno in competizione. Per adesso va di moda dire, che tanto più una etnìa trova una rappresentazione spaziale in uno spazio semioticamente chiuso tanto questo gioverà alla sua riconoscibilità e quindi all'integrazione. Io sono fuori moda e penso che questo è un modo molto pericoloso di tradurre il gioco delle identità, perché finché va tutto bene, Sarajevo è fascinosa e multietnica, se le cose vanno male, per esempio a un matrimonio... magari ti scoppia la guerra di Bosnia. Insomma, è un'idea confusa :-) però mi interessava condividerla con te. Ho visto che hai aggiunto su fb Alex Langer, se vieni a Urbino a Settembre, spero di riuscire in tempo a preparare un intervento su di lui. Ancora, grazie pure per Carmelo Bene, in quella puntata (in una parte che non si vede nel video) aveva detto due parole pure sulla guerra dei Balcani, moltissimo, per me, viene proprio da lì. Buona estate, ah! F.

Francesco Mazzucchelli ha detto...

ciao francesco, innanzitutto bentornato in questo blog (e anche in italia? o sei ancora di là) e grazie per le tue riflessioni. Sì, in un certo senso sono d'accordo con te, nel senso che l'odio atavico di cui parli citando Andric e l'altra faccia della medaglia della convivenza. Il racconto di Andric di cui parli è lettera del 1920, lo stesso racconto che io mesi fa citavo per esaltare la compresenza di culture diverse manifestata dai rintocchi di campane e canti di diverso significato. quello che allora ho omesso è un altro passo del racconto in cui andric, mettendo le parole in bocca ad un amico europeo, parla dell'odio insanabile della bosnia. siccome l'argomento è molto interessante e non entrerebbe tutto nello spazio di un commento, ci scrivo subito un post!
spero di riuscire a venire ad urbino per ascoltarti, ti farò sapere (ma cosa c'è, un convegno? sono in fase scrittura tesi e come immaginerai sono un po' fuori dal mondo)

Francesco Mazzucchelli ha detto...

un'altra cosa fra: mi piace tanto questa idea del pdv dall'alto e dal basso, nella tesi scrivo che entrambi (un pdv più sistemico e uno più fenomenologico) sono necessari e complementari dell'analisi: bella questa cosa che dici che ai due sguardi corrispondono due effetti di senso diversi, un po' alla de Certeau.

cicciosax ha detto...

Allora, sono di nuovo in Italia, in partenza per siracusa, dove dovrei scrivere l'intervento sull'autobiografia di Alex (e sul suo decalogo per l'integrazione) http://www.uniurb.it/semiotica/home.htm . Spero di arrivare in tempo :-)

Per quanto riguarda il pdv, si il riferimento è De Certeau ma la questione del pdv dall'alto era stata prima posta da Foucault. In soldoni, De Certeau ripropone la rappresentazione di foucault del punto di vista dall'alto come punto di vista del potere, opponendovi quello dal basso, che invece è quello del trickster. La cosa divertente è che "il potere" che guardasse Sarajevo dall'alto ne risulterebbe ingannato, la città dall'alto sembra una città priva di tensioni senza l'odio atavico di cui parlava Andric, per cui insomma, per me, è interessante la dialettica dei punti di vista, senza però cadere in facili semisimbolismi per cui il potere osserva dall'alto e il trickster dal basso. Le cose sono sempre un po' più complicate :-)
Per il resto, arrivo a margine dell'altro post :-)

Francesco Mazzucchelli ha detto...

ok, bene, mi piace, ma mi piaceva un po' di più la prima versione (ogni pdv produce un effetto di senso), perchè appunto svincola il discorso dal semisimbolismo decerteauiano (pdv dall'alto = potere; dal basso = resistenza al potere), anche perche per quanto riguarda sarajevo le cose, come hai intuito, sono un po' più complicate. pensa al periodo titino, quando il pdv dall'alto della città, con la sua successione di stili (ottomano, austriaco ecc), produceva un effetto opposto e preoccupava il regime, che preferiva una maggiore uniformità anche stilistica. a me interessa il modo in cui il "potere" (e i vari suoi discorsi) si insinua anche nel pdv dal basso, in questo sono un po' più foucaultiano.
bella però questa cosa del pdv del potere ingannato...

cicciosax ha detto...

Ah un'altra cosa, quale sarebbe la differenza fra Sarajevo preguerra e Sarajevo in tempo di guerra? Secondo me, si può leggere in termini di "aspetto". La guerra sulla città ha avuto la peculiarità di incedere sul suo ritmo, intensificandolo. Ti ricordi le signore che andavano a fare la spesa correndo per non farsi beccare dai cecchini? Sarajevo, la città, è stata città al quadrato in tempo di guerra, letteralmente intensificando fino a esplodere il suo ritmo!

Francesco Mazzucchelli ha detto...

ah, su questo non dovevi stuzzicarmi, ci sto lavorando proprio ora, c'è il rischio che mi lanci in un altro pallosissimo post da 1000 righe! cmq si l'aspettualità, certo, ma non solo l'accelerazione, anche il rallentamento, la rarefazione, il ritmo in generale, ma neanche solo questo: le prassi enunciative, anche quelle percettive, tutto era diverso nella sarajevo sotto assedio, una autntica deautomatizzazione del senso,

Lina ha detto...

grazie per aver fatto questo post
i mass media non dicono niente di tutto cio' che è successo nella krajina..
si parla solo di alcune stragi..
mentre ci sono notizie che parlano di piu' di 1900 civili uccisi..molti di piu'
tra quelli scappati c'è anche una mia amica che ora vive a novi sad ma continua a parlare della krajina come la sua terra
http://www.srpska-mreza.com/library/facts/krajina.html