lunedì, luglio 28, 2008

_adriano sofri su karadzic

Le quattro vite di Karadzic macellaio della storia
di Adriano Sofri, da la Repubblica, 24/07/2008

Radovan Karadzic era un buffone, la storia, maestra di morte, lo promosse a gran macellaio, ora, a distanza di tredici anni, la cronaca l´ha estratto da un pubblico esercizio di omeopatia da strapazzo e di saggezza orientale. Nel suo sito aveva raccolto, "personalmente", un decalogo di "proverbi cinesi", per esempio "Chi non è capace di accordarsi con i suoi nemici, finisce per esserne dominato", oppure "Non puoi impedire agli uccelli del dolore di volarti sulla testa, ma puoi impedire loro di farsi il nido nei tuoi capelli".
Il dottor Dragan Dabic, è il nome della terza vita di questo miserabile – prima vita da cialtrone, seconda da macellaio all´ingrosso, terza da cialtrone, della quarta stiamo per parlare – non andò lontano a trovarsi i suoi nemici: i vicini di casa, i colleghi di lavoro, la gente di tutti i giorni che lo conosceva e si raccontava le sue avventure boccaccesche, le sue vanità da bellimbusto e le sue poesie d´accatto. Nella seconda vita i riflettori e le telecamere e i flash cominciarono all´improvviso a svolazzare attorno al suo completo di grigio e forfora, e lui non smetteva di sobillare il ciuffo. Nella terza vita, appena interrotta, sulla sua capigliatura di guru e nella sua barba di profeta gli avvoltoi potevano fare il nido.
Il Novecento è il secolo che va da una Sarajevo all´altra. La lunga avventura di quest´uomo ridicolo che le circostanze della storia – la storia! – e complicità e viltà dei grandi della terra promossero al rango fitto dei grossi assassini del Novecento trapassa ora, quando finalmente viene portato su un banco di imputato, nella tentazione della mitizzazione e della minimizzazione. Lo si leggeva già in parecchi commenti del giorno dopo. Quando la malvagità e il sangue esondano, si vuole trovare ai piccoli uomini che l´occasione ha reso grossi assassini una qualche grandezza, un fascino "mefistofelico", una predestinazione.
Andatelo a dire a Sarajevo, ai suoi colleghi di lavoro, ai poeti e agli scrittori di cui quella città è così ricca, alle donne di Srebrenica, che c´era qualcosa di grande in quel grande criminale. E il grottesco impudente narcisismo dell´ultima puntata, il dottor Dabic che compariva nelle televisioni locali a spacciare pillole di valeriana e di sapienza orientale, anche questo suscita l´ammirata incredulità degli osservatori, che lo prendono come un gioco, il bel numero di un illusionista: premessa ai numeri ulteriori che il banco d´imputato all´Aja gli offrirà l´occasione di allestire, come già fin troppo al suo collega belgradese, Vojislav Seselj, a beneficio della propria vanità e dell´orgoglio serbo-bosniaco.
È difficile alle persone "estranee", anche quando una notizia viene accompagnata dall´apposita didascalia – «è responsabile dello sterminio di decine di migliaia di donne e uomini, dell´eccidio quotidiano perpetrato per tre anni dalle alture della sua città contro i concittadini chiusi nella valle come in un recinto di mattatoio, degli stupri di massa programmati per sfogare odio, foia e disprezzo e per impadronirsi del ventre delle donne del nemico, della strage genocida di tutti i maschi di una cittadina proclamata rifugio delle Nazioni Unite» – sentire davvero di che cosa si tratta. «Hanno preso uno di quelli che cercavano da tanto tempo, uno di quelli della ex Jugoslavia, aveva una barba, certi capelli, non sembrava davvero lui, accanto alle vecchie fotografie...». Qualche cronaca più esperta approfondisce la cosa: «Non aveva nemmeno l´accento bosniaco», figurarsi, il vecchio trombone montenegrino...
Non lo trovavano? Neanche un anno fa, il nostro Gigi Riva scriveva sull´Espresso: «Ha una fluente, lunghissima barba. Veste con la tunica dei monaci ortodossi. Talvolta porta dei sandali ai piedi». L´hanno trovato, bastava dare un´occhiata nei monasteri ortodossi, è bastato dare un´occhiata sull´autobus. Dunque i telegiornali hanno mandato le immagini di Belgrado, con qualche pattuglia di fascio-serbisti impegnati a tirar sassate e appiccare un paio di roghi per protestare contro l´arresto, e, simmetricamente, le immagini di Sarajevo, con i cortei di auto e clacson e i ragazzi seminudi a festeggiare come per una vittoria calcistica. Tutto doppio, tutto simmetrico: il Karadzic di ieri e quello di oggi, i manifestanti di Belgrado e quelli di Sarajevo, l´America che loda la cattura e la consegna all´Aja, la Russia che obietta e chiede la chiusura del tribunale dell´Aja – non si sa mai, dovesse venire il giorno della Cecenia.
Tutto doppio: la fotografia dell´Eichmann del 1942, "così giovane, un ragazzo", e quella, "così stempiata", dell´Eichmann del 1960. (Quattordici anni dopo Norimberga: Karadzic stava per battere il record, è ancora in corsa Mladic, il macellaio in divisa). Ce ne volle di tempo per cominciare a capire chi fosse, chi fosse stato, quell´Eichmann, e ci si scandalizzò quando nel resoconto del processo di Gerusalemme Hannah Arendt nominò la banalità del male. Di fronte alla pazzia furiosa e sanguinaria del 1992-1995, come accontentarsi del dottor Dragan Dabic? Lo si promuoverà – seduttore, diabolico – o lo si ridurrà alla curiosità quotidiana – come ha fatto a travestirsi in quel modo?... Eppure assistiamo ogni giorno allo spettacolo della piccineria e del ridicolo che conquista il potere – "una farsa", ha detto bene il dottor Dabic.
A Sarajevo non c´era festa come quando si vince la partita: quelle erano immagini di bocca buona. A Sarajevo si conosce la meschinità dell´uomo e l´enormità del male.
Tredici anni non bastano nemmeno a dare una patina di oblio al lutto e alla disperazione di 43 mesi, di mille e trecento notti. «La morte è un capomastro serbo», scrisse uno scrittore vero, Marko Vesovic, calcando Paul Celan. La morte mieteva all´ingrosso e al minuto sulla città assediata, affare di granate e di bombe d´aereo, migliaia in un giorno, o di cecchini divertiti dalla gara al bersaglio più ambito – i bambini, più piccoli, punteggio più alto. Tutti i giardini della città assediata erano diventati cimiteri, nei cimiteri i morti giovani sorpassavano i vecchi, i professori bruciavano i libri per scaldarsi un po´ e tutti facevano la fame e le signore badavano a indossare almeno una biancheria intima decorosa, prima di uscire, per il caso di essere colpite e soccorse.
In questi giorni Mihaela Secrieru, di ritorno dall´11 luglio di Srebrenica, dove ancora in decine di migliaia si sono radunate a ricordare e dare sepoltura ai corpi esumati dell´anno, mi ha mostrato una quantità di immagini della nuova vita di Sarajevo. Mi hanno colpito soprattutto le chiome degli alberi, dei pioppi cipressini che svettano in gara coi minareti di Bascarsija: che si fossero restaurati i minareti me lo aspettavo, che i pioppi avessero risuscitato le loro fronde verdi sui moncherini mutilati dalla pioggia di granate, questo mi ha commosso di più.
È troppo facile figurarsi che cosa sia successo dentro i corpi e le anime dei sarajevesi. "Festeggiato"? Certo, hanno salutato la cattura di Karadzic come un pezzo di ciò che è giusto, che deve essere, che doveva essere da tanto tempo. Ma quella notizia arrivata nella notte da Belgrado (notizia di riscatto per Belgrado) ha grattato via la leggera vernice di normalità, gran traffico d´auto, bentornato inquinamento, ragazze dalle gambe lunghe e dalle gonne corte, e malavita e droga da tempo di pace, la vita, insomma, e ha restituito alla memoria di ciascuno le notti di allora, le notti ubriache dei boia di Pale e le notti di coprifuoco senza luce né sonno della gente di sotto, ammazzata dentro le sue stesse case, umiliata nei suoi stessi sogni.
Quella gente ha visto per anni, mentre faceva la fame e tremava di freddo e seppelliva i suoi, lo psichiatra ciarlatano che si passava la mano nella cresta di capelli e la concedeva ai grandi della terra, ai presidenti dell´Europa (Mitterrand!), ai capi delle Nazioni Unite. E a Pale e a Ginevra i giornalisti e le telecamere facevano la coda per sentirlo: privilegio della modernità, al tempo del ghetto di Varsavia e di Auschwitz non era così facile andare a intervistare Eichmann e brindare con lui. Questo dilettante di tutto, della paranoia e della strage, adesso andrà all´Aja. Magari è libera la cella che toccò a Milosevic.
All´Aja è interdetta la pena di morte. Tutto il resto gli è dovuto.

9 commenti:

Lina ha detto...

come è interdetta la pena di morte se milosevic la sera ha detto domani parlo e nella notte lo hanno ammazzato....
ma su srebrenica leggi qui...
http://www.resistenze.org/sito/te/po/bs/pobs4f27.htm

Francesco Mazzucchelli ha detto...

lina, io e te condividiamo un grandissimo amore per i paesi dei Balcani e per la Serbia, e a volte mi trovo d'accordo con le cose che scrivi.
ma, visto che hai postato quel link su srbrenica, io, che l'ho letto, mi sento in dovere di dire che è un'accozzaglia di stupidaggini e inesattezze storiche.
allo steso modo, affermare che milosevic è stato ammazzato è complottismo allo stato puro: per quale motivo avrebbero dovuto farlo, perchè aveva detto domani parlo? ma se ha parlato per anni! non so se hai mai visto i verbali delle dichiarazioni di milosevic all'aja: io li ho visti, e sono migliaia e migliaia di pagine!
sono il primo a dire che il tribunale dell'aja non rappresenta nessuna giustizia, che ha provocato ulteriori divisioni e odi tra i popoli, che ha assegnato solo ai serbi la parte dei cattivi, ma sottoscrivo in pieno l'ultima frase dell'articolo di sofri su quanto è dovuto a karadzic.
che poi l'affaire karadzic, oggi, nel 2008, abbia poco a che fare con la giustizia e molto con la politica, beh, quello è un altro discorso...

Lina ha detto...

Miolosevic stava per fare i nomi dei politici europei che sotto sotto lo avevano aiutato e lo stava facendo perchè l'avevano abbandonato, anche se già si sapeva...
non è che ho le prove che milo è stato avvelenato, ma è stato cosi' per tutti quelli che la sapevano lunga, in tutte le parti del mondo..
anche arkan l'hanno ammazzato i suoi
io sono convinta che sia l'america a tirare le fila, ma non possiamo avere tutti la stessa testa e meno male senno' avremmo finito di discutere
poi in questo periodo non riesco tanto a pensare ai balkani, presa come sono dalla politica del mio paese...
cme va la tesi ?
le tue foto sono bellissime
non so se poi ce ne puoi prestare qualcuna scrivendo sotto che è tua naturalmente

Francesco Mazzucchelli ha detto...

per le foto: certo, con piacere, ne ho tantissime, devo solo trovare il tempo di caricarle su flickr o sul blog, ma la tesi per ora sta assorbendo tutte le mie giornate

Lina ha detto...

ma.. se mi posso permettere..
che ne pensi delle ragazze balkanike ?
io non ci posso portare il mio martirio..
non riuscirei piu' a portarmelo a casa
lina

Francesco Mazzucchelli ha detto...

bé, penso che lo sai bene che le ragazze balcaniche sono le più belle del mondo...

Anonimo ha detto...

Sofri non dice però che il “macellaio all’ingrosso” , il "boia di Pale " Karadzic era stato capace , assieme agli altri due macellai Boban e Izetbegovic di trovare nel 1992 un accordo ( grazie alla mediazione del portoghese Cutillero) tra le parti che scongiurava la guerra .

Fu necessario l’intervento dell’umanitario ambasciatore americano Zimmerman per rimediare a questo terribile intoppo

Mario Favaro

Francesco Mazzucchelli ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Francesco Mazzucchelli ha detto...

@mario favaro: bah, ci sono molte cose che sofri non dice e sappiamo entrambi bene quanto di parte possa essere la sua testimonianza. e in effetti, come dici tu, i punti di accordo tra i itzebegovic boban e karadzic erano tanti nel '92. tutti e tre, ad esempio, avevano solo da guadagnare dalle rispettive esistenze. tre partiti nazionalisti l'un contro l'altro armati: quale modo migliore per spartirsi il potere, per un manipolo di briganti che altrimenti non sarebbe mai diventato classe dirigente? pochi sanno che alla riunione costituente del SDA, il aprtito di itzebegovic, era presente lo stesso karadzic, che andò persino a congratularsi con il suo "necessario" (una necessità "narrativa", direi) rivale.
detto ciò (e omettendo un sacco di altre cose, ma non mi avventuro, la storiografia non è il mio mestiere), il ritratto di karadzic fatto da sofri, nella sua parzialità, mi era sembrato un gran bel ritratto.